E non lo dicono manifestanti contro la guerra, ma un ex manager di Arcelor che in una lettera aperta agli operai dell'ex Ilva e alla città di Taranto dice praticamente:
Lavoratori è inutile che voi volete difendere il lavoro, il salario;
Cittadini di Taranto è inutile che voi vi battete contro l'inquinamento
per la vostra salute, la vostra vita... i soldi non possono essere
investiti per questi "piccoli" interessi... ma per gli armamenti di
morte, per la guerra degli imperialisti che devono accaparrarsi terre,
materie prime, fare una lotta di concorrenza per i mercati (Usa/Europa
contro Asia/Cina), imporre il loro dominio, una nuova geografia di
spartizione del mondo, ammazzando popolazioni, distruggendo interi
territori, cacciando dalle loro terre migliaia di abitanti...
______________________________
Alcuni stralci della lettera (pubblicata da Taranto Buonasera):
"Una lettera aperta rivolta alla città e ai lavoratori dell’ex
Ilva... A firmarla è Alberto
Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana
Coil Coating, che interviene sulla crisi dello stabilimento tarantino e
sulle prospettive industriali del gruppo, partendo da una premessa senza
margini di ambiguità: secondo la sua analisi, pensare di riportare
l’Ilva alla dimensione e al ruolo del passato non sarebbe più
realistico.
L’ex manager individua più
ragioni alla base di questa impossibilità... (una ragione) riguarda le risorse finanziarie necessarie... «Ci
vorrebbero 20 miliardi, 10 e più per pagare i debiti, 5 per rifare gli
impianti e 5 per le bonifiche, e non ci sono prospettive di ritorno
sull’investimento», sostiene Pratesi... prendere atto del fatto che un intervento di questa
portata avrebbe conseguenze politiche e finanziarie rilevanti.
Nella
lettera, Pratesi lega anche l’eventuale impegno dello Stato alla
cornice più ampia delle priorità nazionali e internazionali, richiamando
le spese per gli armamenti
L'11
giugno i manifestanti si sono radunati vicino al luogo della partita
inaugurale dei Mondiali a Città del Messico, mentre migliaia di tifosi
si dirigevano allo stadio. Brevi scontri sono scoppiati quando i
dimostranti si sono avvicinati ai cordoni di sicurezza attorno
all'impianto.
Il
Messico ha dato il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026 l'11 giugno a
Città del Messico, tra rigide misure di sicurezza. La cerimonia di
apertura si è svolta dopo gli scontri tra studenti, attivisti e polizia
nei pressi dello stadio che ospitava la partita inaugurale tra Messico e
Sudafrica.
I manifestanti dell'Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) e
di altri gruppi hanno marciato verso l'impianto, sostenendo che le
risorse governative destinate al torneo dovrebbero invece essere
utilizzate per le priorità sociali. All'arrivo dei tifosi per la
partita, i dimostranti hanno cercato di spostare le barriere e di
forzare i cordoni di polizia, provocando scontri lungo le vie di accesso
allo stadio.
Gli agenti in tenuta antisommossa hanno formato cordoni difensivi e
sono intervenuti per impedire ai manifestanti di raggiungere le aree
riservate ai sostenitori. Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e
detriti, mentre la polizia ha risposto con misure di controllo della
folla. Gli striscioni esposti criticavano le spese legate ai Mondiali e
richiamavano l'attenzione su disuguaglianze e sparizioni irrisolte in
Messico. Fumo e fumogeni erano visibili in diversi punti del perimetro
dello stadio, ma le autorità hanno mantenuto il controllo della zona di
sicurezza.
MESSICO: IL QUOTIDIANO MURAL SUL BOICOTTAGGIO DEI MONDIALI DEL 2026
Il quotidiano messicano Mural, nel suo
recente supplemento dedicato ai prossimi Mondiali di calcio del 2026,
che vedranno diverse partite disputarsi in Messico, denuncia lo Stato
lacchè per essersi lasciato manipolare dall’imperialismo, in particolare
da quello americano, concentrandosi su imponenti progetti
infrastrutturali anziché sulle numerose e urgenti necessità della
popolazione.
È stato avviato un boicottaggio
che ha mobilitato ampi settori della popolazione, tra cui il
Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (CNTE), che ha
annunciato uno sciopero in vista dei prossimi Mondiali, nonché la
Federazione degli Studenti Contadini Socialisti del Messico (FECSM) e le
madri e le famiglie alla ricerca dei propri cari, che si oppongono a
questo palese disinteresse per i bisogni della popolazione, tra cui
l’allarmante aumento del numero di persone scomparse, la totale assenza
di piani statali per aumentare gli stipendi dei lavoratori
dell’istruzione a livelli dignitosi e i megaprogetti realizzati sulle
terre indigene, che facilitano il saccheggio, l’espropriazione e lo
sgretolamento del tessuto sociale delle comunità.
Viene inoltre denunciato il
totale disinteresse dello Stato per le giuste questioni sollevate dai
movimenti popolari, con la palese indifferenza di Sheinbaum evidente nel
privilegiare incontri con rappresentanti della borghesia come Carlos
Slim, o nell’organizzare una farsa di “pane e circo” con incontri con
artisti musicali stranieri. Mentre oltre 132.500 persone risultano
ancora disperse e vi sono 72.000 corpi non identificati nella guerra in
corso contro il popolo messicano, Sheinbaum sceglie di ignorare le
richieste del popolo, difendendo e proteggendo “i narco-governatori di
Michoacán, Guerrero, Sinaloa […]” e altri.
Mural conclude il suo supplemento con il seguente appello:
«Noi della stampa popolare e
democratica ci uniamo a questo appello che, a partire dal 1° giugno,
riunirà diverse correnti di lotta a Città del Messico e in altre parti
del Paese. Il compito centrale è quello di fonderle in una grande
corrente rivoluzionaria. Con i Mondiali di calcio, gli occhi del mondo
saranno puntati sul Messico. Questo è un momento storico che i
lavoratori e il popolo devono cogliere per lanciare lo Sciopero Generale
di Resistenza Nazionale contro il vecchio Stato e l’imperialismo.»
Quattro
braccianti afghani e pakistani sono morti carbonizzati in un minivan
sulla Statale 106 Jonica. Il già giovane aveva 19 anni. Fermati due
caporali connazionali. Il sopravvissuto: «Non ci pagavano da settimane.
Volevano anche i soldi per il trasporto». Ricostruita la filiera dai
campi ai supermercati, ma con molte ombre
Mohammad
Taj Alamyar prende a gomitate il finestrino. Il vetro cede. Riesce a
trascinarsi fuori, dal portellone posteriore, mentre il minivan brucia.
Forse le ustioni alle braccia non gli resteranno per sempre, ma il
ricordo di quei momenti sì. Sarà l’unico sopravvissuto.
Gli
altri quattro muoiono dentro. Qualcuno aveva bloccato le portiere,
cosparso il mezzo di carburante e appiccato il fuoco. Si chiamavano Amin
Fazal Khogjani, ventotto anni. Ullah Ismat Qiemi, diciannove. Safi
Iayjad, ventisette. Waseem Khan, ventinove. Erano arrivati dal Pakistan e
dall’Afghanistan, appartenenti all’etnia pashtun.
Era
il primo giugno. Una mattina uguale a tante altre. All’alba erano saliti
sul furgone diretto ai campi di fragole di Scanzano Jonico. Lo facevano
quasi ogni giorno dalla fine di aprile. Zaino sulle spalle, scarpe già
sporche di terra. Da un appartamento al primo piano di via Gramsci, a
Villapiana, percorrevano la Statale 106, la lunga strada che attraversa
l’alto Jonio calabrese.
Non sono più tornati. La loro vita è finita nello spiazzo del distributore di carburante.
Vivevano
come molti lavoratori stagionali della zona: fino a dieci persone in
due stanze, materassi appoggiati sul pavimento, pochi mobili. Partivano
prima dell’alba e rientravano nel pomeriggio, dopo ore passate nei
campi. Spesso viaggiavano sui minivan organizzati dai caporali. La loro
storia è finita dentro uno di quei furgoni.
Una piccola comunità
Insieme
formavano una piccola comunità. Sempre alla ricerca di lavoro, erano
stati prima in Sardegna, dove avevano ottenuto i permessi di soggiorno,
per poi spostarsi in quell’area traBasilicata e Calabria che è uno dei distretti agricoli più importanti d’Italia.
Non
solo le fragole, ma olive, agrumi, pesche-noci e persino frutta esotica
e riso. Migliaia di imprese che lavorano a stretto contatto con la
grande distribuzione di tutta Italia e anche all’estero. Da quei campi
partono le vaschette di frutta confezionata primaverile o le clementine
che a dicembre arrivano sulle tavole delle famiglie italiane. Milioni di
euro di fatturato che, per chi raccoglie la frutta, si traduce in poche
monete da strappare a un caporale riluttante. Una geografia del lavoro
che scende lungo la costa dello Jonio: Bernalda, Metaponto, Policoro,
Pisticci, Amendolara, Sibari, Schiavonea.
Nell’appartamento
dove vivevano a Villapiana, gli investigatori hanno trovato tracce
evidenti della loro quotidianità: materassi a terra, documenti, pochi
effetti personali e un numero impressionante di scarpe infangate.
L’affitto, circa 500 euro al mese, veniva diviso tra loro e detratto
direttamente dai salari.
Sfruttamento e filiera
Ogni
mattina i braccianti partivano per lavorare nelle campagne della zona
per la raccolta di fragole in un’azienda agricola di Scansano.
L’incarico era iniziato dal 20 aprile. L’accordo era per 45 euro
giornalieri. «Ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano
dato neanche mai un euro», spiega il sopravvissuto Mohammad Taj Alamyar
al TgR Calabria. «Alla fine ci davano la casa ma niente paga.
Pretendevano anche 5 euro al giorno per il viaggio fino al lavoro».
Dalle
parole del superstite emerge il quadro di una vita segnata da
precarietà e sfruttamento. Quarantacinque euro al giorno, da cui
sottrarre l’affitto, il trasporto, le spese. Il bilancio finale: poco
più di zero. Tra i temi da accertare vi è se la richiesta di un
contratto regolare o di una paga diversa, o il rifiuto di ulteriori
trattenute, abbiano avuto un ruolo nella vicenda. «Volevano il
contratto», dice Taj Alamyar riferendosi ai compagni morti nel rogo.
Sicuramente avevano litigato fino al mattino della strage, anche
violentemente. E ai caporali era venuto in mente di dare una lezione.
Definitiva.
Ricostruzione della filiera agricola
Qui
iniziano le contraddizioni. Il titolare dell’azienda presso cui hanno
lavorato li ha impiegati nella racconta delle fragole. Un lavoro
temporaneo, dove si paga la giornata, quasi sempre con regolare apertura
di ingaggio. Questa azienda aveva assunto tutti, anche i presunti
caporali e dice che pagava ciascuno con bonifico. Nessuno al momento può
smentire, ma allora quale era il ruolo dei caporali?
È
interessante comunque entrare dentro l’azienda, moderna ed efficiente,
molto lontana dall’idea di economia arcaica che circola sull’agricoltura
meridionale. Un fatturato milionario, un sito per la vendita diretta di
fragole e frutta esotica, contratti con i grandi nomi dei supermarket
dove arrivano sia con il nome proprio che col private label, “nascosti”
dietro il marchio della catena.
Il
rapporto con la GDO è chiarito in un alcune interviste. Comprate frutta
italiana. Nessuna rivendicazione di compensi maggiori, solo il terrore
della concorrenza dall’estero, Grecia e Spagna in testa.
Il giorno della strage
C’era
stata una prima lite la mattina, poi la discussione era proseguita
durante il rientro. Taj Alamyar racconta che i braccianti si erano
ribellati alla condizione di sfruttamento a cui erano sottoposti.
Secondo
la Procura di Castrovillari, il piano sarebbe stato premeditato. Uno
dei passaggi ritenuti decisivi riguarda la porta scorrevole del minivan:
resa inutilizzabile dall’esterno, con la rottura della maniglia, così
da bloccare chi si trovava all’interno mentre le fiamme si propagavano
rapidamente.
Il
posizionamento dei cadaveri, tutti nel vano anteriore, e il movimento
del mezzo ripreso dalle telecamere avrebbero fatto ipotizzare agli
investigatori un disperato tentativo di liberarsi usando braccia e
gambe.
La Procura di Castrovillari colloca il
caporalato tra le piste dell’inchiesta. Il riferimento tecnico richiama
l’articolo 603-bis del codice penale, riformulato dalla legge 199 del
2016, che riguarda intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Gli investigatori stanno verificando se dietro il rogo ci sia una rete
costruita intorno alla manodopera agricola. La Statale 106 unisce il
luogo del delitto e la direttrice di spostamento tra aree agricole,
alloggi e punti di transito dell’alto Jonio cosentino.
I fermati e il movente
Per
la strage sono stati fermati due cittadini pakistani di 31 anni.
Sarebbero stati loro i caporali che gestivano il trasporto e gli alloggi
dei braccianti e che pretendevano soldi da uomini a cui non avevano mai
consegnato una paga.
Mohammad Taj Alamyar ripete in
modo ossessivo: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pakistani». Il
sopravvissuto ha parlato di una “mafia del Pakistan”, riferendosi a una
rete di caporalato gestita da connazionali, un meccanismo che, secondo
diverse indagini degli ultimi anni, si innesta tra Basilicata e
Calabria, sfruttando proprio la fragilità dei lavoratori migranti.
Qui
dobbiamo chiarire il concetto di fragilità, per non cadere in un
“essenzialismo” etnico che vede negli asiatici gente sottomessa incapace
di rivendicare i propri diritti. Quando esistono le possibilità, come
sta accadendo nel distretto tessile di Prato, i lavoratori di origine
pakistana sono il cuore del sindacato che sta portando diritti in un
ambito dove lo sfruttamento era, se possibile, pure peggiore rispetto a
quello agricolo. E come non ricordare il caso di Adnan Siddique?
Anche lui di origine pakistana, morto dopo aver denunciato un clan di
connazionali che portava braccianti da sfruttare agli agricoltori della
provincia di Caltanissetta.
La fragilità è costruita da
un sistema di leggi sull’immigrazione nato proprio per creare
lavoratori ricattabili. La politica su questo è sorda. Nessun governo ha
mai preso in carico la questione. Per ottenere i documenti chi arriva
in Italia solitamente passa per la richiesta d’asilo. Un lungo processo
burocratico che si conclude spesso con un rifiuto. Anche per chi viene
dall’Afghanistan dei talebani, non esattamente un paese sicuro. La
risposta, anche per loro, evidentemente si accompagna con fogli di carta
temporanei, fatti apposta per cercare lavoro ricattabile, magari come
rider o come bracciante. Le due strade oggi sono equivalenti, la
differenza la fa il passaparola che ti porta in città oppure in
campagna.
Il centro sarà la capitale belga dove alle 15.00 inizierà la
manifestazione. Organizzato dalla coalizione Stop ReArm Europe, l'evento
si terrà a pochi giorni dalla riunione del Consiglio sul nuovo bilancio
settennale dell'Ue: "Spendere miliardi in armi rende l'Europa più
povera, non più sicura"
Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800
organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che
scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di
riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato
dalla coalizione paneuropea,Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation,
e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica
richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere
sociale, non per armarsi
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, avamposto per le
operazioni USA e NATO negli scacchieri di guerra in Ucraina, Africa e
nel Golfo Persico, continua ad essere l'ambita meta per le gite fuori
porta degli istituti scolastici e dei centri di formazione professionale
dell'Isola.
L'ultimo tour ai principali sistemi di morte ospitati nella grande base
che sorge a pochi chilometri dall'area metropolitana di Catania ha visto
protagonisti gli studenti del Centro di Formazione ARS di Paternò.
"Si è trattata di una giornata intensa, ricca di emozioni e di
esperienze formative, una visita esclusiva presso la Naval Air Station
(NAS) Sigonella della Marina degli Stati Uniti e il 41° Stormo
dell'Aeronautica Militare Italiana", riportano con enfasi gli
organizzatori alla testata online Etnanews24.
"L'iniziativa ha offerto ai giovani partecipanti un'opportunità unica
per conoscere da vicino il complesso mondo delle operazioni aeronautiche
e della sicurezza militare, attraverso un percorso che
L'ingresso dell'ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme - Michele Giorgio
All'ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti
affollano la sala d'attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le
macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono
sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate.
«Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno
il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell'Autorità nazionale
palestinese (Anp) che da una decina d'anni sopravvive grazie
all'emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l'ospedale
assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l'acqua da
casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un
miracolo. Spero solo di continuare a farla».
Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica
palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E
sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria
sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per
conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più
gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla
possibilità
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si
tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui
consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni
sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di
imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base
economica.
Il
problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma
quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale
proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del
carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità
contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione
ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di
tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se
l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente
da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 10.06.26
La guerra di aggressione imperialista americana e sionista nei confronti dell'Iran non è certo alla vigilia di un accordo ma di una nuova fase dell'aggressione. Gli interessi dell'imperialismo americano di rovesciare il legittimo regime in Iran e quelli dei sionisti israeliani - che oltre a questo continuano nella loro marcia per la Grande
Israele che comporta l'aggressione continuata di tutti i paesi dell'area mentre prosegue lo stillicidio genocida nei confronti della Palestina e l'occupazione/annessione
della Cisgiordania - spingono per una nuova fase dell’aggressione.
Sia la resistenza palestinese, che recentemente ha fatto un attacco all'interno di Israele, sia la resistenza delle forze nazionali libanesi rappresentate dal Hezbollah stanno mettendo
in difficoltà il piano di Israele; così come la resistenza e la reazione dell'Iran rende assai difficile la vittoria più volta annunciata da Trump.
In questo contesto è importante, come sempre, mantenere la barra dritta: i proletari e i popoli del mondo sono contro l'aggressione imperialista americana, sono contro il regime sionista israeliano che oggi, come consenso generico internazionale è ai minimi storici, ma le forze che lo sostengono, innanzitutto l'imperialismo americano, poi a diverse sfumature i governi dei paesi imperialisti,
quindi
📍Frente
del Pueblo-SolRojo en pie de lucha en la marcha de esta mañana
convocada por la #CNTE
rumbo al #EstadioCDMX
(Estadio Azteca) como parte de la acciones de la #HuelgaNacional.
📌 Denunciamos
nuevamente el desproporcionado despliegue policíaco y el cerco al
estadio que #ClaraBrugada
y #ClaudiaSheinbaum
mantienen como parte del Estado de excepción que le impone la
#FIFA.
“Ti rispedisco in India in una bara”: è la minaccia che, secondo l’accusa, il presunto caporale della Caddell usava per intimidire gli operai impiegati nella costruzione del nuovo consolato USA di Milano.
Così il 51enne Aji Appukuttan, presunto "caporale operativo" della Caddell Construction – l'azienda costruttrice americana impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano che è finita al centro di un'inchiesta per caporalato e "para-schiavismo" – avrebbe minacciato alcuni degli operai impiegati nei lavori. Gli stessi che agli inquirenti hanno poi denunciato: "Tratta gli operai come schiavi, come si vede nei film che parlano di schiavi".
È quanto si legge nell'ordinanza firmata dalla gip di Milano Angelica Cardi su richiesta dei pm Storari e
In Calabria c’è anche chi aiuta i lavoratori migranti
Nella
stessa zona in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi, alcune
aziende e associazioni hanno trovato un modo per togliere potere ai
caporali
di Angelo Mastrandrea
Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias a San Marco Argentano, in Calabria
Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi
in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori
con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono
alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a
caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i
braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono
andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliesi di Borgo Mezzanone e di Rignano.
Queste
aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si
chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da
alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese.
«Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di
garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se
continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto
inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.
Ricci
dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che
vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai
ghetti e sottraendole al caporalato.
Secondo
uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche, il più
importante ente pubblico che si occupa di ricerca), nelle campagne
calabresi 12mila migranti sono «impiegati in condizioni di
irregolarità». I caporali riescono a tenere sotto controllo i braccianti
perché si occupano di tutto al posto loro, offrendo insieme al lavoro
una casa e il trasporto: i lavoratori migranti spesso non hanno
alternative.
Gli
ideatori del progetto Spartacus allora hanno pensato che per
contrastare il caporalato avrebbero dovuto fare lo stesso, ma in maniera
legale e offrendo un servizio migliore. «La prima cosa che
Storie di schiavitù tra i braccianti delle campagne lucane
Migliaia
di migranti vivono in masserie fatiscenti e lavorano 12 ore al giorno
per pochi soldi, minacciati dai caporali come i quattro bruciati vivi in
un minivan
Un'abitazione
in un campo dove vivono i lavoratori africani durante la stagione della
raccolta dei pomodori a Palazzo San Gervasio, in Basilicata, 2016
(Michele Borzoni/TerraProject/contrasto)
In
poco più di una quarantina di chilometri tra Metaponto e Nova Siri,
nelle campagne della costa ionica della Basilicata, e nella vicina Val
d’Agri, lavorano circa 20mila braccianti nella raccolta di fragole,
albicocche, pesche e ortaggi vari. Sono quasi tutti migranti, arrivati
in Italia via mare dall’Africa, a piedi attraverso la cosiddetta rotta
balcanica o in aereo con il decreto flussi,
la norma con cui ogni anno il governo stabilisce quanti stranieri
extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia per lavorare
(molto esposta a illeciti e truffe).
Secondo
le stime del sindacato Flai (Federazione lavoratori agro industria)
Cgil, la metà – quindi circa 10mila – sono a rischio di sfruttamento:
sono controllati dai caporali, cioè persone che fanno da intermediari
per lucrare sul contratto, ingaggiando i lavoratori, portandoli nei
campi e trattenendo una parte della loro paga; e lavorano in nero o in
grigio, cioè con contratti per un certo numero di ore e per il resto in
nero, pagati in contanti.
Tra i lavoratori di queste zone c’erano anche i
Molti
dei migranti che lavorano in questi campi sono tenuti in condizioni di
schiavitù: vivono stipati nelle masserie in campagna o in case affittate
dai caporali nei comuni dell’entroterra o della vicina
Da Comitato di lotta Viterbo e Proletari Comunisti
Esprimiamo incondizionata solidarietà alle compagne e ai compagni di anti imperialist action ireland per le recenti intimidazioni poliziesche fatte di perquisizioni, sequestri di telefoni e pc.
Come ben sappiamo, questo è il trattamento che gli stati imperialisti riservano ai compagni che decidono di lottare contro le loro politiche di aggressione e sfruttamento.
Perché quando sul fronte esterno preparano e combattono le guerre, allo stesso modo sul fronte interno devono reprimere chi non accetta queste logiche.
Per questo, come rivoluzionari, abbiamo il compito e la necessità di organizzarci e migliorare la nostra azione e combattere prima di tutto il nemico in casa nostra.
Come internazionalisti crediamo che sia fondamentale creare e mantenere una rete con tutte le forze antimperialiste, antisioniste e anticapitaliste, perché solo così potremo liberarci una volta per sempre di questa società fatta di sfruttamento e morte.
[ENG]
We express our unconditional solidarity with our comrades at Anti-Imperialist Action Ireland following the recent police intimidation, which has included searches and the seizure of mobile phones and computers.
As we well know, this is the treatment that imperialist states reserve for comrades who decide to fight against their politics of aggression and exploitation.
Because when they prepare and wage wars on the external front, in the same way they must repress those who do not accept this logic on the internal front.
For this reason, as revolutionaries, we have the duty and the need to organise ourselves, improve our action and, first and foremost, fight the enemy within our own ranks.
As internationalists, we believe it is essential to create and maintain a network with all anti-imperialist, anti-Zionist and anti-capitalist forces, because only in this way can we free ourselves once and for all from this society built on exploitation and death.
Anti Imperialist Action Ireland affirme
que des militants ont été visés par des perquisitions menées à l’aube du
7 juin à Dublin par la police, qui a forcé l’entrée de plusieurs
domiciles et saisi du matériel électronique appartenant aux personnes
présentes, y compris à des individus non impliqués dans l’activisme
politique. Aucune arrestation n’a été effectuée, soulignant que c’est
une opération d’intimidation visant le mouvement républicain socialiste
irlandais. En réaction, plusieurs actions de solidarité ont eu lieu pour
réaffirmer leur solidarité avec les militants réprimés.
che oggi diventa il Primo Ministro eletto più longevo nella storia dell’India.
È stato un piacere ritrovarci a Roma nelle scorse settimane e lanciare assieme un Partenariato Strategico Speciale che guarda al futuro per creare nuove opportunità per le nostre Nazioni e i nostri popoli.
Scontri in viale XX settembre, partite dieci denunce. Punto di domanda sul percorso del corteo antifascista
A
riportarlo è Il Piccolo. Si tratta di deferimenti all'autorità
giudiziaria a vario titolo; ancora troppo presto per indagini e nomi.
Sul caso la Digos, presente in viale XX settembre con la Celere. Nessuna
intenzione di vietare la prossima manifestazione, ma il tracciato
potrebbe subire limitazioni per ragioni di sicurezza
Secondo il quotidiano locale Il Piccolo sarebbero una decina
le persone deferite a vario titolo all'autorità giudiziaria per i fatti
del 19 maggio, quando una contromanifestazione antifascista aveva
contestato il rito del "presente" in memoria di Almerigo Grilz in viale
XX settembre e la situazione era rapidamente degenerata in scontri.
Cinque persone erano rimaste colpite nei tafferugli, di cui tre in quota
antifascista e due giornalisti.
Contromanifestazione non autorizzata
Almeno
nei casi in cui le lesioni sono state inferte con un oggetto atto a
offendere – in viale venivano utilizzati cinghie, spranghe e tirapugni,
ma persino lanciate sedie – le indagini sarebbero procedibili d'ufficio.
Indaga la Digos, che il 19 maggio era sul posto con la Celere tentando
di calmare gli animi. Non è ancora chiaro se sia perseguibile il saluto
fascista durante la commemorazione di Grilz – la giurisprudenza
sembrerebbe propendere verso il no –, mentre chi ha partecipato alla
contromanifestazione antifascista, non autorizzata dalla questura,
potrebbe andare incontro a sanzioni pecuniarie anche importanti. Tra i
membri di quest'ultima assemblea nessuno avrebbe ancora ricevuto
notifiche di alcun genere. Non ci sarebbe, infine, intenzione di vietare
la manifestazione programmata tra nove giorni – a un mese di distanza
dai fatti. Partenza prevista dalla riva Traiana alle 18.30. Manca
ancora, però, una conferma sul percorso, che potrebbe subire limitazioni
e contenimenti per ragioni di sicurezza.
«Democracia»: La entidad israelí logra, mediante el acuerdo de Gaza, lo que no consiguió con la guerra
[domingo, 07 junio 2026 13:24:11 +0300]
Ramallah – Saba:
El
Frente Democrático para la Liberación de Palestina condenó hoy,
domingo, la sangrienta escalada de violencia por parte de la entidad
israelí en la Franja de Gaza, así como las muertes y heridas de decenas
de mártires, especialmente en los campamentos de desplazados de la
densamente poblada zona de Rimal.
El Frente Popular para la
Liberación de Palestina (FPLP), en un comunicado al que tuvo acceso la
Agencia de Noticias Yemení (SABA), consideró esta escalada un ataque
contra las conversaciones de El Cairo que se celebran entre las
facciones palestinas, los mediadores y el Coordinador Especial de la ONU
para el Proceso de Paz en Oriente Medio, el Embajador Mladenov. Las
conversaciones tienen