martedì 7 febbraio 2012

pc 7 febbraio - aggressione fascista a foggia

AGGRESSIONE FASCISTA A FOGGIA:
GLI SQUADRISTI ESCONO ALLO SCOPERTO!


Nella notte del 5\02\12 due compagni e una compagna del Collettivo Politico Studentesco sono stati aggrediti da sei fascisti appartenenti a Casapound, Forza Nuova e Apulia skinheads. Tutto si è verificato verso mezzanotte, quando Piazza Puglia era ormai deserta. È un atteggiamento tipico dei fascisti quello di nascondere le proprie azioni nell’ombra per colpire da squadristi, sapendo di non avere l'appoggio della piazza.
Infatti è chiaro che questi squadristi sono solo una piccola setta all’interno di Piazza Puglia, che sperano di fare proseliti con atteggiamenti da amici di sbronze. Si infiltrano travestendosi da tutto e niente: ultras, membri di dubbie associazioni culturali, candidati fantocci nelle elezioni locali, quarantenni pedofili, oppure studenti “né rossi né neri”.
Sono ormai anni che la principale strategia dei neofascisti è quella di infiltrarsi soprattutto nelle lotte studentesche come persone alla mano, apartitiche, che si coprono dietro il diritto democratico che garantisce la parola anche a chi è fascista.
Fra le ragioni dichiarate dai fascisti durante l’aggressione, c’è quella di appropriarsi di questa piazza, ritrovo di molti studenti universitari e medi foggiani, e vietarne la frequentazione ai giovani di sinistra.
I compagni e la compagna sono stati attaccati, quindi, perché il Collettivo Politico Studentesco da mesi promuove assemblee a piazza Puglia, sostenendo diverse mobilitazioni a livello studentesco cittadino, e respingendo con determinazione i tentativi di infiltrazioni fasciste all’interno delle scuole.
Macchè guerra tra bande! Macchè bullismo! Questo è fascismo! Questi servi hanno il compito di combattere tutte le lotte, da quella degli studenti a quelle dei lavoratori!
Non è la prima volta che i fascisti aggrediscono gli studenti, e in tutta Italia sono molteplici gli esempi di escalation della violenza fascista. Ultima prova è il duplice omicidio di Firenze, dove due ragazzi senegalesi sono stati sparati da un militante di Casapound.
Contro questa brutalità è urgente rispondere con un antifascismo militante nelle scuole, nei quartieri, nelle nostre piazze! Non dobbiamo permettere che vili azioni di questo genere si ripetano!
Bisogna rispondere colpo su colpo all’avanzare del fascismo chiudendogli ogni spazio di agibilità, sia politica che sociale!
FUORI I FASCI DA PIAZZA PUGLIA
E DA TUTTE LE PIAZZE!!!


Collettivo Politico Studentesco - Foggia
Compagni del C. Doc. Filorosso - Foggia

pc 7 febbraio - protesta delle donne nigeriane a Palermo contro il nuovo assassinio di una nigeriana


sit-in di protesta dei nigeriani

Loveth è stata trovata cadavere nella zona del Palazzo di Giustizia di Palermo. Oggi pomeriggio la comunità dei suoi connazionali è scesa in strada bloccando il traffico: Hanno bloccato via Filippo Juvara, all'angolo con cortile Barcellona, per urlare la loro disperazione, dopo la morte di Loveth Eward, prostituta nigeriana ritrovata morta a soli 22 anni domenica mattina. Le donne nigeriane con i loro bambini e gli uomini della comunità oggi pomeriggio sono scese in strada. "Assassini, assassini - urlavano - da qui non passa nessuno. Non è giusto, non è giusto". Hanno rovesciato i cassonetti della spazzatura, hanno inveito contro gli automobilisti e poi, si sono riunite in un momento di preghiera. Adesso nel punto in cui è morta Loveth, c'è una sua fotografia e tanti fiori. La comunità adesso ha paura". "Poteva capitare a chiunque - dicono le nigeriane - ci hanno preso di mira. Chiediamo aiuto a chiunque abbia visto qualcosa per trovare i colpevoli".


Il corpo di Loveth, la prostituta nigeriana, è stato trovato ieri mattina poco prima delle sette. La donna era seminuda e con una parrucca in testa.

Il suo corpo, che non ha segni di percosse e ferite, è stato abbandonato accanto ai cassonetti della strada, proprio sul marciapiede di fronte dove due anni fa venne arrestato il boss Gianni Nicchi. A notare il corpo è stato un residente che ha chiamato la polizia.

Sul caso indaga la sezione Omicidi della squadra mobile, coordinata dal sostituto procuratore Annamaria Picozzi. Si attendono i risultati degli esami tossicologici. A dicembre a Misilmeri venne trovato il corpo carbonizzato di un'altra prosituta nigeriana.

pc 7 febbraio - NO tav bloccano i treni a portanuova torino

No Tav bloccano
i treni a Porta NuovaPer un'ora circolazione fermata: all'origine della protesta i recenti arresti della procura per gli scontri avvenuti a luglio nel cantiere di Chiomonte Per poco meno di un'ora è rimasta bloccata la circolazione dei treni a Torino. La stazione ferroviaria di Porta Nuova è stata invasa da numerose decine di manifestanti. I No Tav hanno rivendicato l'iniziativa sul web.

La protesta riguarderebbe i recenti arresti effettuati per gli scontri con le forze dell'ordine avvenuti la scorsa estate al cantiere di Chiomonte. Tra i motivi della manifestazione, però, ci sarebbe anche le condizioni disagevoli in cui i pendolari sarebbero costretti a viaggiare.

pc 7 febbraio - Fiat il fascismo padronale dilaga:a Marchionne i soldi - agli operai discriminazioni,persecuzioni mafiose .serve la guerra di classe.

Fiat, premio da 50 milioni a Marchionne
Per lui meno tasse dei suoi dipendenti

Il Lingotto regala al manager italo-canadese un pacchetto di azioni a titolo di compenso supplementare. Alla somma multimilionaria è applicabile un'imposta massima del 30% prevista a norma di legge per i guadagni dei soggetti residenti all'estero (l'ad risiede infatti in Svizzera). Si tratta di un'aliquota inferiore a quella di migliaia di suoi lavoratori di Vittorio Malagutti
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POMIGLIANO, LETTERA DI UN'OPERAIA: "DISCRIMINATA PERCHE' ISCRITTA ALLA FIOM"
Fiat, la lettera di un’operaia iscritta
alla Fiom: “Per questo resto esclusa”
Mi chiamo Carmen Abbazzia, ho 39 anni, sono/ero, operaia carrellista, reparto logistica della Fiat di Pomigliano. Ho sempre amato il mio lavoro. Era dura, turni massacranti a guidare il carrello elevatore sulla catena di montaggio e caricando e scaricando camion. Sono stata assunta nel 2002 e non ho mai subito un provvedimento disciplinare, ho avuto un solo infortunio: un carrello mobile che mi ha fratturato il naso. La vita era dura anche allora senza un marito e i genitori e tre figli da allevare. I 1.800 euro di straordinari erano una sicurezza che oggi ha lasciato posto all’angoscia di dover sopravvivere con 800 euro di cassa integrazione. Con un affitto di 550 euro, restano 250 euro per campare.

E tutto questo perché sono iscritta alla Fiom e ho votato no al referendum sul nuovo contratto di Pomigliano. Da quel giorno non ho più fatto una sola ora di lavoro. I miei due figli più grandi hanno abbandonato gli studi per contribuire con 20-50 euro a settimana a mettere assieme il pranzo con la cena. I professori della più piccola, che fa la terza media, continuano a chiedermi di comperarle i libri perché le fotocopie non possono bastare. Ma i soldi non li ho. Non posso cercarmi un altro lavoro, perderei la cassa integrazione.

Ma non cederò al ricatto di strappare la tessera perché vorrebbe dire smettere di essere un esempio di dignità e coraggio per i miei figli. Mi batterò come una leonessa perché mia figlia possa continuare ad andare a scuola. Mi sono rivolta all’assistente sociale della fabbrica, l’ho supplicata di far presente alla direzione la mia situazione. Ma niente. Sono tornata e lei, un po’ imbarazzata, mi ha risposto che avevo ragione, ma non si erano presentate occasioni per favorire la soluzione del mio caso. Sconvolta le ho replicato: “Mi prende in giro? Io sono una carrellista e posso garantirle che molti miei colleghi lavorano costantemente, la smetta di raccontarmi balle. È forse la mia iscrizione alla Fiom il problema?”. Lei ci è rimasta di stucco: “Ah. Ecco perché non ho avuto risposte dalla Direzione, lei saprà che questo è un problema”. Ho perso il controllo: “Ma come io vengo per avere aiuto e lei giustifica la discriminazione che l’azienda nei miei confronti, solo perché sono una tesserata Fiom”. Poi battendo i pugni sulla scrivania: “Io da qui non mi muovo, lei mi deve far parlare con il Direttore. Sono sempre stata un’operaia modello veramente e questo lo sapete, ma non mi richiamate perché mi ostino a tenere alta la testa!”. La risposta è stata: “Le prometto che la farò parlare con il direttore”.

Sto ancora aspettando. Sono tornata a casa come se mi avessero infilato una lama di coltello nel cuore e sfinita mi sono buttata sul letto. Per i miei figli sono la colonna portante di una Chiesa che se crolla viene giù tutto. Ma strappare la mia tessera in cambio del lavoro comprometterebbe il futuro dei miei figli come uomini liberi

* operaia in cassintegrazione dello stabilimento Fiat di Pomigliano
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Minacce allo stabilimento Fiat di Melfi
“Ti taglio la testa e la metto in piazza”
Servizio pubblico manda in onda un servizio in cui un operaio dello stabilimento registra il proprio responsabile mentre dice: "Ti ho messo in un posto da mongoloide e ti sei infortunato, sei un uomo di merda"
Ivan, operaio allo stabilimento Fiat di Melfi
Ivan lavora allo stabilimento Fiat di Melfi da 15 anni. Rientrato dopo un infortunio è stato relegato in un box per otto ore al giorno. Quando ha chiesto spiegazioni e una postazione dove poter lavorare, è stato affrontato da un suo superiore con miacce gravissime: “Tu hai una particolare attenzione da parte mia, te lo dico adesso, il capo dell’officina sono io. Chi comanda in questo stabilimento su questo turno, è Tartaglia. Tu per me non sei collocabile. Tu ti siedi là e aspetti che io ti dica cosa devi fare. Punto! Però non ti muovere, fuori dalla pause non ti muovere. Se vuoi uscire fuori a denunciarmi come hai detto in giro, vai a denunciarmi, occhio! Ma occhio veramente! Perché qua ci sono delle regole, ma fuori c’è qualcos’altro”. Ivan lo registra, quello che ascolta è troppo assurdo, nessuno gli crederebbe in mancanza di una prova.
L’operaio racconta: “Ha cominciato a minacciarmi di morte dicendomi che mi tagliava la testa e la metteva in piazza, che se io mi fossi avvicinato a casa sua – e nemmeno so dove abita – che mi avrebbe bruciato vivo“.

“Occhio perché io ti stacco la testa, te la metto nella piazza, te la stacco eh! Non è una minaccia, io ti avviso, informati di quale famiglia sono io! Ti consiglio di informarti perché non faccio minacce se non posso mantenerle. Capito? Se ti vedo girare intorno a casa io ti incendio”. E ancora: “Fai tu, fai tu, tu ti attieni qui dentro a disposizioni aziendali che ti do io, né il responsabile, né il sindacato, né nessun altro”. A questo punto il giornalista di Servizio pubblico Claudio Pappaianni chiama Francesco Tartaglia, gestore operativo Sata Melfi che però nega tutto: “Queste non sono le parole che uso io, quindi non so chi gliele abbia dette, non so che registrazione possa fare questa persona. Potrebbe andare benissimo dai carabinieri così mi denuncia: se io ho detto quelle cose, ne rispondo. Se non le ho dette, risponde lui di calunnia”.

“Mi sto solo lamentando perché non ho ancora una postazione”, prova a ribattere Ivan a Tartaglia che però risponde spiegando il motivo di tanto odio: “Tu non hai una postazione perché sei un uomo di merda, perché ti avevo dato una postazione da mongoloide e ti sei fatto un infortunio. Se hai un po’ di dignità, vergognati da solo, tanto a me non mi fai nessun effetto”. A me gente come te, mi fa schifo”

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dossier Fiom accusa
“Discriminati gli operai iscritti al sindacato”
Il sindacato dei metalmeccanici della Cgil raccoglie in un dossier i comportamenti antisindacali registrati nello stabilimento della Fiat dove oggi è stata presentata la nuova Panda. Le tute blu denunciano casi di mobbing, esclusione dal reintegro dei suoi iscritti, e procedure irregolari su infortuni e turni
Se Marchionne festeggia la nuova Panda, la Fiom attacca con un dossier che snocciola punto per punto i diritti negati ai lavoratori. C’è la storia di un operaio lasciato a casa dal referendum del 22 giugno 2010 e richiamato al lavoro solo dopo aver lasciato la Fiom. Quella di due addetti al montaggio che per il loro rifiuto di cambiare sindacato sono ancora in cassa integrazione. Quella di Francesco V., addetto al montaggio della carrozzeria dell’Alfa 147, con cui il direttore della fabbrica di Pomigliano sarebbe stato ancora più esplicito: “Nella selezione del personale da richiamare in Fabbrica Italia – gli avrebbe detto – non perderemo tempo ad esaminare gli iscritti alla Fiom”.

C’è questo e tanto altro nel report che la Fiom sta realizzando – e che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere in esclusiva – dal titolo “La Fiat e i diritti dei lavoratori: ritornano i fantasmi del passato”. Dodici pagine in cui le tute blu, tutte coperte da anonimato, denunciano l’ “atteggiamento discriminatorio” che la dirigenza di Fiat porterebbe avanti nei confronti dei metalmeccanici della Cgil degli stabilimenti della newco di Pomigliano d’Arco, dove ieri Marchionne ed Elkann hanno presentato alla stampa internazionale la nuova Panda.

Con buona pace della sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino dello scorso luglio, che nel ricorso presentato contro l’accordo tra Fiat, Cisl e Uil, ha giudicato ‘antisindacale’ il comportamento dell’azienda automobilistica nei confronti di Fiom. “La verità – dicono gli operai – è che già prima che il Tar ci desse ragione siamo stati tenuti in cassa integrazione e comunque fuori dallo stabilimento. Un’assurdità, se si pensa che è solo grazie alla nostra lotta che l’azienda ha deciso di tenere in vita Pomigliano e di portare qui la produzione della nuova Panda. Eppure, la maggior parte di noi dal giorno del referendum non ha più messo piede in fabbrica e ora, con la newco, le prospettive sono ancora più buie. Ad oggi, su circa 500 richiami per la produzione della nuova Panda non c’è nessuno iscritto alla Fiom. Al lavoro tornano solo i capi squadra, alcuni team leader e gli operai segnalati dall’azienda”.

A regime, gli oltre cinquemila operai della vecchia Fiat dovrebbero passare tutti a Fabbrica Italia, ma per produrre le 230mila Panda annunciate da Marchionne – inizialmente dovevano essere 280mila - potrebbero bastarne la metà. È anche per questo che preoccupano non poco le liste di nomi di cui parla nel dossier un operaio addetto al montaggio della 159: le tute blu sarebbero divise in ‘buoni’ da assumere, e in ‘meno buoni’ e ‘cattivi’ per i quali non ci sarebbe spazio nella newco. Tutti o quasi iscritti alla Fiom, che non a caso negli ultimi mesi ha subito un drastico calo degli iscritti: al momento del referendum a Pomigliano erano 850, oggi a essere ottimisti sono la metà.

“Proprio in queste settimane stiamo ripartendo con il tesseramento per avere un dato chiaro sui nostri operai. Il punto è che molti pur di tornare a lavorare hanno lasciato la Fiom senza neanche dircelo”. E senza poterne neppure discuterne sui social network, come sostiene nel documento un altro operaio: “Fui invitato da un delegato sindacale a non postare, taggare o commentare i post dei delegati della Fiom su Facebook. Perché l’azienda attraverso i capi aveva creato una squadra ad hoc per controllare tutti i delegati della Fiom e i lavoratori che dialogavano con loro. Il tutto per ispezionare e stampare sia le frasi che secondo loro potevano essere lesive alla Fiat, sia per conoscere il pensiero più intimo di quei lavoratori perplessi dalle scelte aziendali. Fu così che notai che ai vari link pubblicati sulle pagine Facebook dai delegati della Fiom, sparirono sia le condivisioni che i commenti. Ma gli operai continuavano a dialogare con loro nelle chat private”. Denunciando, spesso, le condizioni di lavoro cui erano costretti. Lo hanno fatto gli operai del reparto montaggio, che nei giorni più freddi hanno chiesto invano al loro capo che fossero attivati i riscaldamenti nello stabilimento. O ancora i tanti che sostengono che in Fabbrica Italia le richieste di andare al bagno al di fuori dell’orario consentito debbano passare al vaglio del team leader, l’unico che ha le chiavi della porta.

“L’impressione – dice Antonio Di Luca, operaio in cassa integrazione del direttivo Fiom di Napoli – è di essere in presenza di qualcosa di molto preoccupante per il nostro paese, che rischia di incidere direttamente non solo sulla qualità del lavoro in fabbrica, ma sulla società tutta. È il toyotismo che esce dalle mura alte e grigie dello stabilimento e diventa parte della vita quotidiana di tutti. A leggere le denunce degli operai sembra di essere di fronte a una struttura autoritaria aziendale che si organizza, come ai tempi di Valletta, secondo le leggi della discriminazione e secondo la disciplina e i principi della caserma”.

Perché se è vero che gli operai Fiom restano a casa, quelli richiamati al lavoro non se la passano meglio. O almeno così sembra, a leggere la denuncia inviata all’Asl e alla Procura di Nola dal segretario generale della Fiom di Napoli, Andrea Amendola, a proposito dell’infortunio subito in fabbrica da Alessandro T. il 26 settembre scorso: una ferita al viso tanto grave da rendere necessario l’accompagnamento dell’operaio al pronto soccorso di Acerra, ma che non sarebbe stata denunciata come infortunio sul lavoro, né in ospedale né all’Inail. Una storia analoga a quella raccontata nel dossier da un operaio addetto alla manutenzione: “Fummo comandati a lavorare con il preciso ordine di non marcare il badge – dice – nel corso della giornata, mentre eravamo intenti a lavorare, un mio collega fu vittima di un grave incidente che poteva avere anche delle conseguenze drammatiche. Segnalammo velocemente l’accaduto, ma anziché ricevere il giusto e tempestivo soccorso, al collega fu intimato di ‘sparire immediatamente e senza lasciare alcuna traccia della sua presenza in fabbrica’. Il mio collega, spaventato dal dolore lancinante al piede e dalla situazione venutasi a creare, telefonò alla moglie per farsi venire a prendere. Dopo ho saputo che si era recato al pronto soccorso (inventandosi un incidente extralavorativo) per farsi fare una radiografia e sincerarsi sulle condizioni del piede che si era incastrato sotto un trasportatore meccanico”.

Per la Fiom di storie simili in Fiat ce ne sarebbero decine, e non solo a Pomigliano. Da qui l’idea di estendere il dossier a tutti gli altri stabilimenti italiani ed esteri di Fiat. “Cominceremo con l’Italia, ma vogliamo raccogliere anche le testimonianze degli operai polacchi e serbi: dall’estero, infatti, arrivano continue denunce sulle condizioni difficili in cui i nostri colleghi sono costretti a lavorare”.

pc 7 febbraio - a L'aquila invece che ricostruzione e lavoro, freddo, indigenza e crisi industriali a raffica

il quadro delle fabbriche in crisi

L'AQUILA. Chissà cosa ne pensano, delle esternazioni del premier Monti in merito alla «noia» del posto fisso, tutti quei lavoratori aquilani che rischiano, da un giorno all'altro, di perdere per sempre il loro posto di lavoro. La cronaca sindacale del territorio è da anni un triste bollettino di guerra. Dopo il 6 aprile 2009 la situazione è drammaticamente peggiorata. A leggere i titoli dei giornali sembra di parlare sempre della stessa vertenza. In realtà, a ben vedere, sono vicende diverse, si passa da una fabbrica all'altra, da un settore all'altro, da un'emergenza all'altra. Dietro ci sono le storie di centinaia di persone: cassintegrati, lavoratori in mobilità, precari, giovani e meno giovani, uomini e donne. Ci sono questioni tristemente note, come quella della Finmek. Altre più recenti, ma altrettanto gravi, come quella della Otefal di Bazzano, della Intercompel e della P&A Service, della Fida Spa del polo elettronico, che ha chiuso definitivamente i battenti. E poi la Selex Elsag, dove i dipendenti attendono ancora di sapere se verrà costruito il nuovo stabilimento. Ancora, e siamo in un settore apparentemente solido, il caso del polo farmaceutico, messo a rischio dal decreto del governo sulle liberalizzazioni. Infine, la vertenza del personale dell'ex casa di cura Sanatrix che per una firma mancata ancora non viene ricollocato dalla clinica privata Villa Letizia. FINMEK. Dopo anni di cassintegrazione a 700 euro al mese, gli ultimi «reduci» di quello che un t
empo è stato il polo elettronico aquilano non possono godersi neanche la pensione: in 150 (compresi alcuni colleghi della Compel) non possono accedervi direttamente, a causa degli effetti della riforma del sistema pensionistico. Si cerca una via d'uscita, la speranza è un emendamento al decreto Milleproroghe. OTEFAL. L'azienda specializzata in laminati opera in regime di concordato preventivo: entro marzo va sanata la prima tranche del debito di 8 milioni di euro. In ballo ci sono 200 posti di lavoro. GRUPPO COMPEL. Il 15 febbraio arriva all'Aquila l'amministratore Francesco Carvelli: dovrà chiarire che fine faranno i circa 100 dipendenti dei due stabilimenti aquilani, la Intercompel e la P&A Service, alle prese con una drastica mancanza di commesse. Si parla di liquidazione per la Intercompel e di vendita per la P&A. FIDA. Qui la parola fine è stata già messa: l'azienda elettronica è stata chiusa nei mesi scorsi con 60 lavoratori, tutti giovani, a casa. SELEX. I 150 dipendenti, dislocati in altri siti dopo il terremoto, hanno dichiarato lo stato di agitazione: vogliono sapere se e quando verrà ricostruito lo stabile. MENARINI. Il direttore generale Carlo Colombini lancia l'allarme: «Noi costretti a delocalizzare se non cambia il provvedimento sulle liberalizzazioni». Nell'azienda farmaceutica lavorano 120 persone, altrettante nell'indotto. Sono 700 gli addetti del settore, che all'Aquila conta anche Dompè e Sanofi Aventis. SANATRIX. Nonostante da due mesi sia stato raggiunto l'accordo per il riassorbimento dei 59 ex dipendenti da parte della clinica Villa Letizia, manca la voltura di autorizzazione del Comune. E i 59 lavoratori restano in cassa integrazione.
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pc 7 gennaio - napoli Coppa America, precari bloccano l'inizio dei lavori: manifestanti sui camion


Coppa America, precari bloccano l'inizio
dei lavori: manifestanti sui camion




NAPOLI - Un gruppo di precari del progetto Bros si è collocato sulla scogliera della Rotonda Diaz, sul lungomare di Napoli, esponendo striscioni e manifestando contro i lavori previsti per l'allestimento delle regate preliminari di Coppa America in programma nel prossimo mese di aprile. La protesta è scattata oggi in concomitanza con l'arrivo dei primi camion che dovranno allestire il cantiere.

Un primo mezzo è infatti fermo sulla strada, in seguito alla manifestazione. «I soldi meglio spenderli - spiega una portavoce - per il risanamento e la manutenzione ambientale, la diffusione di una seria ed efficace raccolta differenziata porta a porta, la bonifica dei territori avvelenati da una gestione criminale ed affaristica dei rifiuti».

La protesta dei precari del progetto Bros a Napoli in corso sul lungomare della città ha di fatto bloccato l'avvio dei lavori del cantiere per la realizzazione delle opere necessarie all'allestimento del campo di gara per le regate preliminari di Coppa America. Alcuni manifestanti sono saliti sui camion che erano giunti alla Rotonda Diaz portando i materiali necessari per l'allestimento del cantiere.

pc 7 febbraio - il governo monti è peggio del governo berlusconi e deve essere fermato e rovesciato

Non c'è campo della vita economica, sociale e politica che non sia toccato dall'azione del governo Monti e dai suoi supponenti e sciagurati ministri e verifichi sul campo che questo governo è peggio mdi quello di berlusconi.
Con la prima manovra economica sono state attaccate le pensioni, si è alimentato il carovita, si sono messe tasse sui proletari e la povera gente, con la seconda si sono attaccati per conto del capitale e delle banche settori di piccoli e strati bassi della media borghesia e promosso liberazzazzioni selvagge, ora ci si prepara ad attaccare l'art.18 e sancire la precarietà a vita. Il tutto sostenuto con arroganza, supponenza, luoghi comuni e insulti da parte di una casta di professori e banchieri maggiordomi di finanza e padroni da sempre ed alcuni come l'ignobile Martone, tipici di quei figli di professori avanzati a botta di raccomandazioni e corsie preferenziali: Monti occupa le televisioni come e poiù di berlusconi e gli interessi di Berlusconi sono salvaguardati anche più di prima, come l'approvazione parlamentare della legge antimagistrati dimostra.
Un governo solerte verso mi diktat europei si dimostra una massa di incompetenti e passacarte non appena piove e c'è neve dimostrando di essere una sciagura che si aggiunge a sciagura.
La repressione fa un salto di qualità in diverse occasioni, dalle cariche poliziesche agli arresti NOtav ecc., il ministro degli interni senza vergognarsi fa dichiarazioni razziste sugli immigrati e ministri degli esteri e della difesa si apprestano a fare i loro passi in direzione di armamenti, militarizzazione, interventismo imperialista e guerrafondaio, servilismo verso gli interessi USA e l'elenco potrebbe continuare..
Questo governo è peggio di berlusconi perchè gode di un più ampio consenso parlamentare grazie all'unità nazionale PDL-PD- UDC, pur non essendo eletto da nessuno, e nello stesso tempo si fa passare nell'opinione pubblica come governo
sostenuto essenzialmente dal PD mentre esso fa il lavoro sporco sopratutto per il centro destra, lasciando campo libero alla demagogia d'opposizione della destra e dell'estrema destra.
Sul piano del consenso sindacale, niente di nuovo CISL_UIL sono sindacati governativi e la CGIL della camusso balbetta un NI che nei fatti è un SI.
solo lo sciopero del 27 sia pur minoritario e poco incisivo nelle forme di lotta ha dato un segnale alternativo da parte di settori di lavoratori, precari e disoccupati, mentre le rivolte degli autotrasportatori e il movimento siciliano dei forconi sono restati finora all'interno dell'egemonia corporativa e reazionaria.
Questo governo si sposa benissimo, ancor più di berlusconi con il fascismo padronale
a guida fiat che si afferma nelle fabbriche e nei posti di lavoro, trovando fino ad ora scarsa o inadeguata - vedi fiom di landini - resistenza.
Questo governo rafforza la borghesia e indebolisce il proletariato.
In questa situazione i proletari hanno bisogno e urgenza di riorganizzazzione sindacale, politica, territoriale dal basso, chiaramente ispirata dai principi e dalla pratica della lotta di classe e non certo dalla demagogia 'populista o operaista' che sia, che significa dare continuità alla lotta sui posti di lavoro e sul territorio laddove è cominciata, sviluppare l'organizzazione e la guerra di classe nelle fabbriche, costruire movimenti di reale tenuta e opposizione, tipo movimento no tav, capaci di legare orientamento intransigente e base di massa.

proletari comunisti PCm Italia
7 febbraio 2012

lunedì 6 febbraio 2012

pc 6 febbraio - in ricordo di pierre overnay operaio maoista ucciso il 25 febbraio 1972 da uno sbirro

in francese in via di traduzione
qui sotto il volantino che diffondeva Pierre Overney 40 anni fa, nel 1972, per la manifestazione antifascista di charonne a 10 anni degli assassini fascisti del 1962
quest'anno è il 40 anniversario dellasua morte , noi prepariamo un 'rassemblement' per il 25 febbraio
La Cause du Peuple


Charonne, n'oublions jamais !








On assassine à Paris
« Le ventre est encore fécond d’où est sortie la bête immonde »
Toi qui as connu l’occupation, les crimes des nazis et la police collabo,
Réfléchis !
Pendant que la police de Pompidou a laissé filé Altmann-Klaus Barbie, l’assassin de Jean Moulin qui aurait dû être exécuté à la libération avec tant d’autres tortionnaires qui infestent aujourd’hui la police et l’Etat.
Pendant que les collabos font des messes à la mémoire de Xavier Vallat, celui qui a envoyé à la mort des milliers de Juifs.
Aujourd’hui des jeunes, des ouvriers sont assassinés !
Djellali Ben Ali, 15 ans ½, assassiné par des racistes à la Goutte-d’Or le 27 octobre.
Aït Abdelmalek Idriss, retrouvé mort, pendu dans un chantier de Belleville, un trou derrière la tête le 21 novembre.
Abdallah Zahmoul, jeune tunisien de 16 ans, retrouvé mort dans le canal Saint-Martin le 11 février 1972 un mois après sa disparition.
Ben Ali Mohamed Mezziane, habitant du 14è, retrouvé mort à Arcueil début février.
Depuis mars dernier des dizaines de travailleurs arabes sont retrouvés morts, plusieurs ouvertement assassinés par des racistes.
Et cela dans le silence et l’indifférence.
Ouvrier Français, ouvrier immigré, Réfléchis et pose-toi des questions :
Ceux qui tuent aujourd’hui te pourchassaient sous l’occupation des nazis.
Ils préparent aujourd’hui des lendemains sombres pour tous les travaileurs.
Protégés par la police, ils construisent les groupes anti-ouvriers sur lesquels se bâtit le fascisme.
Ouvrier français, ouvrier immigré
Regarde Barbès occupé jour et nuit pas la police et les CRS et rappelle-toi les quartiers occupés par les nazis.
Toi qui as souffert du colonialisme,
Rappelle-toi de la guerre d’Algérie, des centaines de cadavres d’Algériens assassinés charriés par la Seine. Rappelle-toi octobre 1961 : la police a massacré des centaines d’Arabes.

Et pense que depuis 11 mois on a retrouvé des dizaines d’Arabes morts, tués, noyés.
Pense que des commissariats « de la guerre d’Algérie » comme celui de Fleury, en pleine Goutte d’Or sont rouverts.
Rappelle toi aussi que tu es descendu à Charonne en 1962 et que certains parmi nous étaient prêts aux plus grands sacrifices.
Toi qui luttes aujourd’hui contre le chômage,
Pense à ton frère immigré qui travaille dur et qui est mal payé.
Aujourd’hui Fontanet, ministre du travail et du chômage veut lui enlever le droit de travailler, le réduire à la misère, le laisser mourir lentement. Il veut te dresser contre lui ! Crois-tu ouvrier franaçais que tu pourras empêcher ton licenciement :
Quand ton frère de classe immigré sera depuis longtemps réduit au chômage et à la misère !Quand tu marcheras seul, tes forces déjà entamées, ta classe déjà dispersée par l’ordre des patrons ?
Ouvrier français, ouvrier immigré, c’est ensemble que vous gagnerez !
Ouvrier qui résistes contre l’injustice, ouvrier qui résistes contre le racisme ! Ouvrier qui combat la division et la mort qui entame nos rangs !
Pour exiger du gouvernement la vérité sur les assassinats racistes ;
Pour que le silence soit brisé ;
Pour que cessent les attentats, il faut descendre dans la rue !

Tous au métro Charonne
Vendredi 25 février
- 18h30 –
Charonne, où 8 Français ont été assassinés par la police, il y a 10 ans, dans la lutte contre le racisme.

Le fascisme ne passera pas !

pc 6 febbraio - ancora un intervento sul movimento dei forconi in sicilia - dalla redazione del blog Redblock

CONTRO IL GOVERNO MONTI, FORCONI O RIVOLTA POPOLARE?
Nelle settimane scorse la Sicilia è stato teatro della cosiddetta rivolta dei forconi e del movimento Forza d’urto. Già dal primo giorno di mobilitazione questi soggetti sono stati capaci di bloccare le principali arterie siciliane: dai caselli autostradali, ai porti delle principali città allo Stretto di Messina.
Il movimento dei forconi ha innescato un ricco e variegato dibattito a differenti livelli, dagli ambienti istituzionali sino all’interno del movimento rivoluzionario in cui alcuni soggetti politici hanno bollato tale movimento come guidato da mafiosi e fascisti, altri invece lo hanno esaltato definendolo movimento popolare.
Ma chi sono i forconi? Quali sono le loro rivendicazioni? E infine, i rivoluzionari come si devono rapportare con essi?

I forconi.

Ai blocchi hanno partecipato attivamente diverse categorie, quella che spicca come determinante nell’attuazione di questa forma di protesta è sicuramente quella degli autotrasportatori a cui si sono aggiunti agricoltori, pescatori e allevatori. In alcune parti della Sicilia i blocchi hanno suscitato l’interesse di alcuni studenti medi che spontaneamente si sono uniti alla protesta. Approfondendo la composizione sociale di questo movimento e le sue rivendicazioni troviamo dei punti di contatto e una certa omogeneità di classe piuttosto che un’eterogeneità solo apparente.
Infatti gli autotrasportatori, gli agricoltori, gli allevatori e i pescatori in questione, sono nella quasi totalità piccoli imprenditori a capo di piccole aziende con pochi dipendenti, a volte nessuno. La confusione sulla natura di classe della protesta può nascere principalmente per gli agricoltori; quando si parla di queste categorie in merito alla protesta dei forconi molti pensano ancora al bracciante agricolo sfruttato dal latifondista che come accadeva qualche decennio fa insorgeva contro il latifondo con l’obiettivo della riforma agraria e della “terra a chi la lavora”, in realtà gli agricoltori in piazza erano principalmente i titolari delle aziende che in un contesto di piccole imprese spesso familiari, i dipendenti e/o familiari sono praticamente costretti a seguire ogni passo del datore di lavoro. La Sicilia non è più il “granaio di Roma” come alcuni ancora potrebbero credere, oggi il settore agricolo e della pesca rappresenta solo il 3,50% dell’attività produttiva siciliana a fronte di un aumento del terzo settore che sfiora l’80%, il resto è industria.
Questo dato quantitativo riflette quello qualitativo: la presenza in questo settore di piccole aziende spesso familiari con a capo padroncini che per loro natura di classe hanno solo interesse che il proprio profitto non diminuisca. Stesso discorso per autotrasportatori e pescatori.
Più che altro l’interclassismo in questa vicenda, che potenzialmente non c’è, è stato introdotto artificialmente dall’esterno da soggetti del movimento che partecipando attivamente ad esso ne esaltano alcuni aspetti attribuendogli anche meriti inesistenti.

Cosa vogliono.

Le richieste principali si possono ricondurre a due: la prima è inerente al costo del carburante troppo elevato su cui gravano le accise introdotte dal governo. Questa richiesta interessa principalmente agli autotrasportatori e i pescatori in quanto diminuisce in maniera netta le loro entrate di guadagno. Per risolvere questo primo punto la richiesta è quella di “riaprire il discorso con lo Stato circa le accise del petrolio, metano e altro estratti in Sicilia che sarebbero dovute rimanere ai siciliani ed invece hanno preso sin dall’inizio la via di Roma”. La seconda richiesta invece è legata alla produzione agricola i cui prodotti subiscono continui deprezzamenti dovuti alla concorrenza estera. Una richiesta generale per entrambi i problemi è la creazione di una zona franca o un’area di libero scambio. A livello mediatico è risaltato anche l’aspetto folkloristico delle rivendicazioni, nelle interviste i manifestanti facevano spesso riferimento al “popolo siciliano” e ad una rivolta antisistemica contro lo stato italiano che da decenni in maniera colonialista sfrutta la Sicilia, prestando il fianco alla riesumazione di gruppuscoli indipendentisti da decenni dormienti sul territorio eccetto in periodi di campagna elettorale quando rispolverano la bandiera giallo-rossa con la Trinacria.

C’è un filo diretto tra composizione di classe dei forconi, il 99% dei manifestanti è riconducibile alla piccola borghesia imprenditoriale, e le loro rivendicazioni.
“Giustamente” dal loro punto di vista, difendono i propri interessi di classe minati dall’azione del governo che invece rappresenta principalmente la grande borghesia legata all’alta finanza. Questa contraddizione interna a frazioni diverse della borghesia rappresentanti interessi economici e poli di potere differenti è stata accentuata dalle politiche del governo. Da ciò, a nostro parere, si spiegano le dichiarazioni del presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello che criminalizza il movimento parlando di infiltrazioni mafiose, per demonizzarlo e bollarlo come illegittimo. I blocchi come hanno detto i media locali e nazionali “hanno arrecato un grave danno all’economia siciliana” ciò significa che le merci che non sono arrivate ai banchi dei mercati e supermercati hanno provocato un danno economico ad altri piccoli e medi imprenditori creando una contraddizione all’interno della stessa classe ( è per questo motivo che adesso i forconi sono tentennanti nel proseguire la protesta con le stesse modalità) ma anche della media e grande borghesia che sono rappresentate per l’appunto da Confcommercio e Confindustria.

Circa le infiltrazioni fasciste invece non c’è da soffermarvisi a lungo, ci sono stati dei tentativi principalmente nei blocchi di Catania, Messina e Palermo, ma questo non ci stupisce affatto dato che i fascisti come punto di riferimento “naturale” di classe abbiano la piccola borghesia “ribelle” che quando si accende per l’appunto utilizza sistemi di lotta di questo tipo. Ciò non significa che il movimento dei forconi sia capeggiato da mafiosi e fascisti come molti hanno sostenuto, ma sicuramente le richieste di tipo corporativo quali quelle ricordate sopra sono terreno fertile per il populismo fascista che non a caso ha esaltato la “natura agraria” della protesta.

I forconi respinte le accuse di connivenza con fascisti e mafiosi e allontanato formalmente il leader di Forza Nuova Morsello dal movimento, (uscito dalla porta e rientrato dalla finestra nel corteo del 25 Gennaio) hanno ribadito la loro apoliticità e apartiticità in nome dell’interesse generale di tutto il popolo siciliano e hanno avanzato la richiesta che sia applicato l’esistente Statuto Siciliano che garantisce alla Sicilia in quanto regione autonoma certi sgravi fiscali per i produttori.

Rivolta popolare o piccola borghesia incazzata?

Ogni classe quando si organizza in maniera più o meno strutturata e si muove conseguentemente, persegue i suoi obiettivi di classe. Anche in questo caso è così. Il punto principale è capire se questa mobilitazione può avere punti di contatto con gli interessi del proletariato al fine di organizzare un fronte unito che risponda agli attacchi ripetuti della borghesia rappresentata in questo momento dal governo Monti.

Il governo Monti dopo la prima fase di provvedimenti di austerity che oggettivamente hanno colpito in maniera indiscriminata tutti i settori popolari, dal proletariato alla media borghesia, nella sua seconda fase iniziando con le cosiddette liberalizzazioni è andata a fondo contro gli interessi economici corporativi di tassisti e “forconi”, della piccola borghesia imprenditoriale in generale, a vantaggio del grande capitale, ma questo è solo l’inizio. Il dibattito attuale sulla cancellazione o “modifica” dell’articolo 18 dimostra che a fare principalmente le spese delle politiche di questo governo saranno in primis i lavoratori e gli operai, l’attacco all’articolo 18 non è un passaggio tecnico, racchiude invece l’essenza stessa di questo governo che sta intraprendendo la sua guerra di classe che passa nell’affermazione del principio che per via “tecnica” si possono stravolgere anche le regole del gioco stabilite dalla borghesia stessa.

Ciò che già ha anticipato Marchionne facendo carta straccia degli accordi sindacali, il Governo Monti lo generalizza a politica nazionale per la riforma del mercato del lavoro. Se è vero che questo governo è antipopolare, è ancor più vero che la sua natura è principalmente anti-proletaria, questo si vede anche nei trattamenti di piazza riservata ai manifestanti. Se verso i suoi “figli ribelli” tollera qualche giorno di blocchi limitandosi a minacciare precettazioni nel caso in cui si superasse il limite, ben altro trattamento è riservato agli operai, ultimo caso quello degli operai St e Cogepi che Martedì 31 Gennaio dopo aver bloccato la strada adiacente la prefettura di Caserta in men che non si dica sono stati caricati selvaggiamente dalla polizia, stessa scena che si ripete da decenni quando gli operai, ma anche gli studenti, utilizzano alla pari dei forconi la forma di lotta del blocco di strade, autostrade e stazioni ferroviarie. La differenza sostanziale nei due casi è che nel primo la rivendicazione è parziale, di restaurazione di un privilegio corporativo tutelato dalle associazioni di categoria, nel secondo invece si mette in discussione il nocciolo dell’essenza del capitale che trae profitto principalmente dallo sfruttamento del lavoratore salariato. La borghesia oggettivamente “percepisce” il pericolo rappresentato da differenti rivendicazioni in maniera oggettiva e agisce di conseguenza.

Da che parte stare.

I rivoluzionari devono scegliere da che parte stare, sicuramente sul terreno dello scontro di classe con padroni e governo, cogliendo la sfida e rispondendo colpo su colpo, ma nel farlo devono saper riconoscere, strada facendo e tra le contraddizioni, amici e alleati.
In questa fase dobbiamo lavorare e contribuire a rafforzare le lotte operaie e dei lavoratori in generale per contrastare adeguatamente le azioni messe in campo dal governo. Il primo passo è stato fatto durante lo sciopero generale del 27 Gennaio a Roma dai sindacati di base, l’importanza di questa mobilitazione è principalmente il fatto che è stato il primo sciopero generale contro questo governo che ha visto protagonisti decine di migliaia di lavoratori organizzati dal basso con i sindacati di base. Da qui bisogna continuare, moltiplicando queste forze e potenziandone l’organizzazione su tutti i posti di lavoro, lavorando per un fronte unito contro il governo che abbia al suo centro il proletariato, i giovani ribelli e le donne che riesca a guidare ampi settori del popolo, non viceversa.
Tornando ai forconi siciliani, e sulla questione di un’ipotetica convergenza di interessi di classe tra i loro obiettivi e quelli del proletariato, l’unico terreno comune a nostro avviso è quello riguardante il caro-vita, ma se da un lato è giusto appoggiare le rivendicazioni contro l’aumento di tasse e accise sui carburanti (in quanto colpiscono anche i lavoratori) ciò deve essere fatto in maniera critica e non appiattendosi sulle posizioni di classe della piccola borghesia, abbracciandone in toto le rivendicazioni.

I sostenitori di questo movimento, nel campo rivoluzionario a nostro avviso hanno semplicemente confuso il mezzo con il fine.
È sufficiente appoggiare una lotta prendendo come base di giudizio la forma di lotta messa in pratica (in questo caso i blocchi selvaggi, che adesso tanto selvaggi non sono neanche più)?

Secondo lo stesso principio, è sufficiente definire tale lotta popolare e addirittura con venature “antiglobalizzazione” (quasi anti-imperialista se si entra nella dinamica imperialismo italiano vs popolo siciliano)?

Se la protesta è finalizzata a preservare interessi corporativi e addirittura scendere a compromessi con il potere centrale con la richiesta di zone economiche speciali di cui sicuramente avrebbe beneficio solo il mondo imprenditoriale e non i lavoratori, sicuramente non può esservi punto di contatto con le lotte proletarie che invece entrano in contraddizione con essa se parliamo di tutela del e sul posto di lavoro; i piccoli padroncini (chi detiene i mezzi del proprio lavoro non salariato) protagonisti dei blocchi sarebbero d’accordo a intraprendere una lotta contro il governo per difendere l’art 18 ed estenderlo anche alle loro piccole aziende al di sotto dei 15 dipendenti? Crediamo proprio di no. Si potrebbe dire che molte di queste piccole aziende sono a base familiare ma ciò non intacca la natura del ragionamento, se un lavoratore è impiegato presso un parente stretto perché non dovrebbe avere gli stessi diritti di altri lavoratori?

È sbagliato e fuorviante fare parallelismi forzati tra contesti diversi come rivolta dei forconi e le rivolte dei paesi arabi com’ è stato fatto sia dai manifestanti stessi che da alcuni compagni.
Innanzitutto cambia la composizione sociale, in un paese imperialista come il nostro rispetto a un paese oppresso dall’imperialismo come qualsiasi paese teatro delle rivolte, la piccola borghesia è relativamente maggiore nella composizione di classe rispetto ai paesi arabi. Nelle proteste a piazza Tahrir, a Tunisi, in Marocco e così via sicuramente in piazza stavano anche piccoli imprenditori, commercianti e autotrasportatori, ma non ne erano l’anima della protesta, non erano le loro parole d’ordine a guidarla ma al contrario essi si sono accodati a quelle più generali di pane e lavoro a cui si è aggiunta poco dopo quella della necessità di un cambiamento politico radicale. In Egitto la spina dorsale della protesta che ne spiega anche la sua maggiore tenuta nel tempo rispetto ad altri paesi quali la Tunisia ad esempio è rappresentata dalla classe operaia relativamente sviluppata e organizzata in sindacati che fino a ieri erano illegali, a cui si somma la forza dei giovani proletari e ribelli ultras.

Altra diversità non indifferente è l’appoggio popolare, se è vero che i soggetti sociali che animano i forconi siano una parte del popolo ciò non significa che ne abbiano l’appoggio, loro stessi per mezzo in una recente dichiarazione del leader Ferro, ci dicono che la nuova ondata di blocchi, originariamente prevista per Lunedi 6 Febbraio, da un lato avrebbe interessato solo le raffinerie e non il trasporto di merci “per non colpire il popolo siciliano”, dall’altro non è sicuro che questi blocchi ridimensionati vengano attuati in quanto non si vuole incorrere in misure di precettazione da parte delle questure. O il popolo è parte integrante di un movimento o non lo è. In questo caso sembra che dal movimento stesso venga trattato come oggetto passivo ed esterno ad esso “con cui fare i conti” per evitare di inimicarselo piuttosto che soggetto interno e attivo.

Se è vero che in certe provincie del sud-est la partecipazione ha coinvolto anche interi comuni ciò non ci autorizza ad assurgere un caso particolare a generale e delineante gli aspetti del movimento nel suo complesso, così come se dalle parti di Castelvetrano alcuni giovani inneggiavano al boss latitante Messina Denaro non significa che in piazza erano tutti mafiosi ma ci deve fare ragionare su quanto sia ampio il lavoro da fare tra le masse piuttosto che esaltare tutto ciò che si muove a priori.

Strumentale e controproducente invece è far leva sugli slogan populistici anti-partito e anti-sindacato quando è evidente che essi sono mossi da una sorta di “ricatto” verso i referenti politici di questi settori che notoriamente fanno capo ad ambienti di destra, principalmente lo MPA di Lombardo, finalizzato ad un ritorno economico garantito dal clientelismo elettorale.
La natura populista di tale posizione “apolitica” ci è confermata sempre da Ferro che ha detto ufficialmente di non escludere l’ eventualità che il movimento si costituisca in partito politico, in tal modo qualora i referenti politici nei palazzi regionali non potessero più tutelare queste categorie, si entrerebbe in competizione diretta con essi proprio sullo stesso terreno elettorale e istituzionale, altro che movimento antisistema!

Per concludere, tornando all’obiettivo principale della lotta contro padroni e governo Monti, bisogna evitare di intraprendere scorciatoie di sorta che poi si rivelano solo spreco di tempo e di energie, se si assume un approccio acritico che vede in ogni blocco stradale la rivolta, si rischia di scambiare lucciole per lanterne. Con questo approccio si rincorrono, in maniera velleitaria, soggetti sociali che sanno già cosa vogliono e come lo vogliono ottenere dal loro punto di vista di classe, con l’illusione di prenderne la testa o indirizzarne meglio pratiche e azioni.
Questo approccio che segue il principio che tutto ciò che si muove e arreca disagio è giusto a priori, o addirittura è rivolta popolare, è figlio del movimentismo che dopo trent’anni di messa in pratica dovrebbe essere archiviato in favore di un lavoro politico indirizzato all’organizzazione politica e alla strutturazione delle lotte seguendo una strategia ben precisa per raggiungere l’obiettivo e arricchita da una flessibilità tattica contingente che è cosa ben diversa dal “movimento per il movimento”.
Questo non è un lavoro semplice, chi nella sua attività politica lavora quotidianamente sui posti di lavoro lo sa bene, lo sviluppo attuale del capitale ha creato una serie di contraddizioni da saper maneggiare che hanno a che fare con la parcellizzazione del lavoro, così all’interno di una stessa fabbrica o posto di lavoro si trovano lavoratori facenti capo all’azienda e quelli che invece sono impiegati da ditte esterne con diversi contratti oppure stabilimenti che in un’area geografica producono a pieno regime mentre altri in differenti luoghi hanno tutti i lavoratori in cassa integrazione, stesso discorso tra stabilimento italiano e straniero e ancora la “novità” del caporalato diretto dai sindacati confederali, in primis la cgil nelle cooperative rosse del nord, e così via.

Come si diceva non è semplice ma bisogna “sporcarsi” le mani, oggi l’unica “uscita dalla crisi” possibile è rappresentata da un’azione cosciente che lavori perché questa crisi si aggravi per i padroni, si vada verso il default, si approfondisca la percezione che le masse hanno circa l’illegittimità anche morale del potere e così via.
Il primo passo deve essere necessariamente la rivolta popolare, facendo tesoro dalle più recenti; per evitare che essa finisca per “cambiare tutto e non cambiare niente” bisogna lavorare fin dall’inizio perché la sua direzione sia proletaria, questo passa necessariamente dall’organizzazione operaia e dei lavoratori che sempre più perdono i loro riferimenti politici e sindacali, questo necessita di un lavoro politico rivoluzionario costante e variegato nelle forme che sia capace di divincolarsi tra le molteplici contraddizioni assumendo una flessibilità tattica ma coerente con una fermezza strategica generale.

Pubblicato da RED BLOCK a 07:55

pc 6 febbraio - Eternit: la verità la sappiamo, ora vogliamo giustizia!

Eternit: la verità la sappiamo, ora vogliamo giustizia!

13 febbraio al Tribunale di Torino

Amianto mai più!





L’Eternit di Casale ha fatto una strage pianificata di lavoratori e dell’ambiente di immani proporzioni, com’è accaduto anche negli altri suoi siti a livello nazionale e internazionale.

Il 13 febbraio ci sarà la sentenza di primo grado contro i padroni dell’amianto che con la polvere-killer si sono arricchiti mentre gli operai, le loro famiglie, i cittadini di Casale sono morti e continuano a morire.

I padroni miliardari, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis de Cartier de Marchienne, sono accusati di disastro ambientale doloso e omissione volontaria di cautele nei luoghi di lavoro.

"Una tragedia mai vista e mai letta" - ha commentato il PM Raffaele Guarinello.

Quello di Torino è il più grande processo per reati ambientali da lavoro in Europa, iniziato il 10 dicembre 2010, con 2 anni di dibattito processuale e 65 udienze, oltre alle 18 preliminari e 3 mila costituzioni di parte civile.

Un processo a cui si è arrivati dopo anni di battaglie, di esposti, di ribellioni degli operai ai ritmi, ai soprusi imposti dal sistema di potere padronale, operai costretti a lavorare in ambienti altamente nocivi, sottoposti pure a minacce. A loro si è unita la stessa popolazione che si è autorganizzata in comitati ed associazioni per ristabilire la verità su questa strage e contrastare una gigantesca multinazionale con a capo Schmidheiny che conosceva bene i rischi che correvano gli operai, le popolazioni e l’ambiente su cui riversava le sue polveri mortali, ma che ha continuato a fare profitti con la corruzione, la complicità e le coperture istituzionali e la manipolazione dell’informazione spacciandola per “scientifica” così come la sua immagine di “filantropo” mentre ha continuamente cercato di affossare la verità .

Questo processo è una vittoria dei lavoratori.

Questo incessante lavoro dal basso è il materiale su cui ha lavorato il PM Guarinello, uno dei pochissimi giudici che in questo paese è andato fino in fondo nel perseguire i reati contro i lavoratori.

La Rete per la sicurezza sul lavoro ha fatto appello alla mobilitazione per questo importante processo, a partire dal 10 dicembre 2010, quando ha indetto una manifestazione nazionale davanti al Tribunale, unendosi ai comitati e associazioni italiane, francesi e svizzere presenti in massa e costituitesi parte civile al processo. Delle udienze la Rete è stata l’unica realtà che ha dato una puntuale informazione e che, per il giorno della sentenza, è stata raccolta in un opuscolo che mette a disposizione di tutti coloro che vogliono tenere alta l’attenzione su questa strage, per non perdere la memoria storica e la denuncia politica contro tutto questo sistema che mette il profitto al primo posto.

A questa sentenza guardano non solo gli operai superstiti, le loro famiglie e le popolazioni che hanno lavorato e vivono ancora nei territori delle fabbriche della morte, che, con grande dignità e fermezza hanno rifiutato l’”offerta del diavolo”, il risarcimento del miliardario Schmidheiny per rinunciare ad essere parte civile al processo. Ma la sentenza è attesa anche da centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il mondo che sono stati, o che ancora lo sono, esposti alle fibre d’amianto e da tutti coloro che si battono contro le morti sul lavoro e contro la nocività del Capitale.

Il 13 febbraio è un’altra tappa importante per la battaglia contro i padroni assassini, per la giustizia degli esposti all’amianto e la loro tutela sanitaria, per le bonifiche che vogliamo tutte a carico dei padroni.

La Rete Nazionale promuove una mobilitazione davanti il Palazzo di giustizia di Torino e lancia l’appello a fare iniziative nelle altre città.



Rete Nazionale per la sicurezza sul lavoro

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pc 6 febbraio - studenti contestano a Torino i ministri Fornero e Balduzzi - cariche della polizia

Torino, studenti interrompono l'inaugurazione dell'anno accademico: tensione
Contestati i ministri Fornero e Balduzzi alla cerimonia
Tafferugli con la polizia, poi il corteo

MILANO- Attimi di tensione a Torino quando un gruppo di studenti universitari ha interrotto l'inaugurazione dell'anno accademico alla quale hanno partecipato i ministri Fornero e Balduzzi. Non appena il titolare del dicastero alla Salute ha preso la parola, alcuni ragazzi si sono alzati interrompendo la cerimonia al Conservatorio Giuseppe Verdi. In sala distribuiti volantini in cui viene contestata la presenza dei due rappresentanti di governo. Intanto all'esterno un altro gruppo di giovani ha cercato di forzare la «zona rossa» protetta dalle forze dell'ordine. La polizia ha risposto con cariche di alleggerimento.

LA PROTESTA-«Siamo una risorsa non uno spreco», ha gridato uno studente in sala a cui ha fatto seguito un altro che ha sottolineato «L'università è un bene collettivo non una merce», «Numero chiuso indebolisce la diffusione del sapere» ha detto ancora un'altro ed infine «Un metro di Tav costa come 46 borse di studio». I ragazzi sono stati «invitati» dalle forze dell'ordine a lasciare la sala. Nel mirino ci sono proprio i tagli alle borse di studio della Regione.

IL CORTEO- All'esterno, in piazza Bodoni altri studenti universitari con i giovani dell'Edisu, i Cub e i No Tav hanno provato a forzare il cordone di polizia intorno al Conservatorio. Gli agenti hanno risposto con una carica di alleggerimento e qualche spintone. E il gruppo è partito con un corteo per le vie della città.

Redazione Online
http://www.corriere.it/

pc 6 febbraio - Palermo: si vota per il sindaco, valanga di "chiacchiere e manifesti", primo intervento

Il contesto

Una valanga di “chiacchiere e manifesti” si sta per riversare sulle masse popolari di Palermo a causa delle elezioni del sindaco della città che si terranno in primavera. A dire la verità da qualche mese alcuni manifesti 6x3 si sono già visti in giro, i soliti faccioni e nomi e basta, ma anche strani, come quello di un certo consigliere comunale del Pd, Faraone, il cui manifesto già anticipava la sua elezione tanto che diceva soltanto: “Faraone sindaco di Palermo!” Mancava solo che ringraziasse i cittadini...
La stampa riporta quasi quotidianamente le discussioni tra i partiti, le liti i giochi e giochini per favorire questo o quel candidato, la necessità o meno delle primarie... Ma i disoccupati, giovani e non più giovani oramai al 40 per cento in città, gli operai licenziati o in cassa integrazione, gli anziani senza assistenza, i giovani e le donne, non sembrano riscaldarsi troppo e i commenti, quando ci sono, dicono che non si vede niente e non ci si capisce niente, mentre quello che si vede benissimo è l'immondizia...

“Così non va”, dice infatti il cardinale di Palermo Romeo, e per accennare al contesto generale, allo sfondo che sta dietro questa guerra per la poltrona utilizziamo alcune sue affermazioni: “Non è una persona che risolverà i problemi di Palermo. Servono programmi e io non ne vedo in giro. Ho grande paura per una città che va al voto senza programmi”. E snocciola i bisogni più urgenti... “Finora ci sono una decina di candidati, ma cosa voterà il popolo dello Zen o della Vucciria?... per quale visione e progetto di città? Per quale lavoro? Per quale pianificazione del territorio o, ad esempio, dell'edilizia sociale? Senza un programma chiaro e concreto che affronti i nodi veri, prevale lo scambio di voti...”.
I “programmi” in realtà ce li hanno solo che da un lato sono inconfessabili, nessuno dice infatti corro per la poltrona e i soldi ecc. ecc., dall’altro sono quelli dettati dagli industriali e dai ricchi in genere.

E il prete continua: “E' inutile che si faccia a gara per dire che si punta alla legalità: senza sviluppo e occupazione, la legalità non può esistere.” Al cardinale non piace Orlando, ex sindaco democristiano, educato dai Gesuiti!, perché “ha creato i precari... e i servizi non ne hanno ricavato un tasso migliore di efficienza. Nessuno ripara le strade, nessuno cambia una lampada dell'illuminazione pubblica... … traffico congestionato, mancanza di lavoro...”.
E a proposito di promesse “elettorali” il cardinale fa una puntatina anche contro Prodi, Berlusconi e Letta che lo rassicurarono quando venne eletto vescovo di Palermo, ma “non ho visto fare passi avanti...”.

Ma sulle promesse perfino Micciché ha qualcosa da recriminare! il giornalista chiede: “E la famosa promessa di una candidatura alle regionali che le aveva fatto Berlusconi? Risposta: “Con tutto quello che è successo e sta succedendo in Italia, le promesse fatte prima non valgono più.”

Al contesto di ciò che non va in città, e alla “mancanza di programmi” si aggiungono le riflessioni di Micciché, “uomo di partito” di Berlusconi, che parla chiaro, e su coalizioni e partiti dice: “I partiti tradizionali sono allo sfascio più totale...”, “Le coalizioni si tengono attraverso la trattativa tra i partiti, non cercando le primarie per schiacciare gli alleati. Parliamoci chiaro: le primarie le vince chi ha più iscritti, o meglio chi compra più tessere.” E se lo dice lui... per questo ha deciso di candidarsi da solo per il suo attuale partito Grande Sud... ma, ma la proverbiale fermezza alla scilipoti del politico siciliano suggerisce di aggiungere un ma... “Ma se, di qui a poco, si dovesse creare qualche situazione romana, con nuovi scenari, possiamo parlarne.”...

Il giornalista continua: “Micciché e Orlando in campo, come 15 anni fa.” Commento di Micciché: “Ed è triste...[parole sante viene da dire, e pensa a quanto sono tristi quelli che la subiscono questa presenza!]... Ma la nostra presenza significa che sinistra e destra non hanno costruito classe dirigente in questi anni.”

E il giornalista insiste: “E la colpa non è pure, se non soprattutto vostra? Ovvero, chi ha guidato i partiti negli ultimi quattro lustri?” Risposta: “Sì, anche nostra. Peccato che quando c'ero io a timonare Forza Italia venivano fuori, uno dopo l'altro, gli Alfano, gli Schifani, i Bufardeci, i Cimino.... [ma quanta bella gente! Solo uno come Micciché può farsene un vanto!]... Oggi i gruppi dirigenti dei partiti si affidano a primarie e referendum per decidere la linea politica. Ma allora, un segretario di partito che ci sta a fare?”

Domanda: “Lei si candida a succedere a Cammarata, che volle 10 anni fa e che non ha lasciato una grande eredità.” Risposta: “Cammarata l'ho scelto io e mi scuso: [e ho detto tutto, avrebbe aggiunto Totò, e questa autocritica meritava un applauso scrosciante! ma...] ma solo per i suoi sciagurati ultimi cinque anni. Nel primo mandato, quando Diego ragionava con il gruppo dirigente del centrodestra, Palermo ha conosciuto il periodo amministrativo più bello della sua storia.” Questa è la grande sparata finale di Micciché che quasi quasi fa il paio con la sparata finale, da gioco d'artificio del giorno del festino, del cardinale Romeo, che preoccupato di fare arrivare il suo “messaggio” e impressionato dai moderni mezzi di comunicazione, i “social network”, mette in mezzo pure “Nostro Signore... il primo a usare, per così dire, Twitter. Pensate ai comandamenti dell'amore: “Ama il tuo Dio”... sono messaggi rapidi, sintesi potenti ed efficaci”.

Potente ed efficace, come ha denunciato per l’ennesima volta il procuratore Messineo, è ancora il sistema di potere politico clientelare, affaristico, delinquenziale, mafioso che regge la Regione e i suoi Comuni, un potere sostenuto nella sostanza da tutti i partiti e dagli esponenti della Chiesa che al massimo oppongono belle parole allo sfascio totale.


Le interviste sono tratte dal Giornale di Sicilia e da Repubblica

pc 6 febbraio - FIRENZE ANTIFASCISTA dopo la manifestazione del 4 febbraio - 9 febbraio presidio al tribunale

FIRENZE ANTIFASCISTA SULLA GIORNATA DEL 4 FEBBRAIO
Oggi circa un migliaio di persone hanno risposto all'appello lanciato da Firenze Antifascista.Il
corteo è partito, non a caso, da Piazza Dalmazia proprio per ricordare
Samb Modou e Diop Mour uccisi dal neofascista Casseri di Casa Pound e
tutte le vittime della violenza fascista.Al corteo hanno
preso parte centri sociali, collettivi studenteschi, sindacati di base e
molte sezioni dell'ANPI, nonostante qualcuno avesse voluto sminuirne il
ruolo storico e politico che rappresentano, tutti uniti per ribadire la
necessità di togliere gli spazi di agibilità politica ai gruppi
neofascisti e di chiudere le loro sedi.
In
giornate come questa non può poi non scatenarsi la cosiddetta “guerra
dei numeri”. Non ci interessa stare qua a ragionare troppo di questo ma
crediamo che sia significativo quanto riportato dalla pagina de La
Repubblica on-line che durante gli aggiornamenti in diretta parlava di
una settantina di partecipanti al corteo neofascista che poi sono
diventati magicamente 500 “arrivati alla spicciolata in Largo Martire
delle foibe”: forse le telefonata di un qualche senatore ha fatto
ravvedere questi solerti pennivendoli?Chiaro che i
neofascisti, non avendo argomentazioni politiche e storiche se non
revisionismo e populismo, non avendo i numeri per potersi legittimare
agli occhi della città non possano che ricorrere a questi mezzi per
mascherare il loro fallimento.
Ciò su cui però vogliamo soffermarci sono i dati politici che ci restituisce questa giornata.Da
una parte la sua costruzione, la sua organizzazione e ciò che ci lascia
in mano: sempre più singoli antifascisti e nuovi gruppi che si
coordinano nella logica di allargare la mobilitazione e proseguirla nei
prossimi prossimi mesi, che rivendicano l'attualità dell'antifascismo in
questo periodo di forte crisi e contestualizzano il ruolo di questi
gruppuscoli di estrema destra fortemente finanziati e protetti. Un
appoggio che ricevono dai partiti del centro-destra e dalle istituzioni
cittadine al punto che addirittura l'assessore Di Giorgi del PD in
occasione dell'ultimo Consiglio Comunale si è espressa avvallando il
corteo neofascista e spendendo parole di condanna nei confronti di
Firenze Antifascista.Una costruzione politica che ha
costretto anche quella parte della sinistra, che negli anni aveva sempre
taciuto di fronte a queste manifestazioni, a prendere posizione contro
il corteo neofascista.Non è quindi un caso che per la prima
volta anche la destra, messa all'angolo, si sia spaccata con defezioni e
prese di distanza.Dall'altro il ruolo della Questura che
fino all'ultimo avrebbe voluto vietare il corteo trasformandolo in un
presidio in piazza Dalmazia. Un divieto davanti al quale non potevamo
abbassare la testa. Il corteo infatti c'è stato a fronte però di un
imponente militarizzazione della città: centinaia di poliziotti,
finanzieri e carabinieri in assetto antisommossa, blindati e camionette
ad ogni angolo di strada, transenne a sbarrare ogni via d'accesso
isolando completamente per un raggio ci centinaia di metri la zona in
cui i neofascisti hanno sfilato tagliando praticamente in due la città,
mentre dall'alto un elicottero dirigeva le operazioni.Solo in
questo modo poteva esser garantita l'agibilità politica ai neofascisti:
chiudendoli in recinto in cui anche gli stessi residenti della zona
hanno fatto fatica ad accedere.
Un
atteggiamento sicuramente in linea con il progressivo inasprimento del
livello repressivo che in questi anni e in questi mesi è costretto a
subire chi si impegna e si espone nelle lotte sociali e politiche in
questa città come altrove.
In quest'ottica
Firenze Antifascista rilancia il presidio di giovedì 9 febbraio in Viale
Guidoni sotto il Tribunale di Firenze alle ore 11.00 in occasione del
processo agli antifascisti per i fatti di Via della Scala del 2009
ritenendo la Solidarietà un elemento centrale nel proseguimento della
mobilitazione (l'appuntamento inizialmente fissato per le 9.30 è stato posticipato vista lo slittamento dell'udienza a quell'ora).
Per la Chiusura dei covi fascistiPer ricordare Samb Modou, Diop Mour e tutte le vittime della violenza fascistaOra e sempre resistenza!
Firenze Antifascista4 febbario 2012

pc 6 febbraio - C'è chi nasce cicala e chi formica... NO all'abolizione del valore legale del titolo di studio!

C'è chi nasce cicala e chi formica... NO all'abolizione del valore legale del titolo di studio!
Mercoledì 25 Gennaio 2012 01:02 collettivo autorganizzato universitario orientale napoli .
"C’era una volta un paese in cui viveano una cicala e una formica.
La formica era solerte e lavoratrice e la cicala no, le piaceva cantare e dormire mentre la formica lavorava alacremente. Passò il tempo e la formica lavorò e lavorò tutta l’estate… risparmiò quanto potè e quando arrivò l’inverno, la cicala moriva di fame e di freddo, mentre la formica aveva di tutto…
Che figlia di puttana la formica!
La cicala bussò alla porta della formica che le disse 'cicaletta cicaletta, se tu avessi lavorato come me ora non patiresti fame e freddo' e non le aprì la porta…
Chi ha scritto questa storia?! Perchè guarda che le cose non stanno così: la formica è una gran figlia di puttana e una speculatrice! E quello che qui nn dicono è perchè c’è chi nasce cicala e chi formica! Perchè se nasci cicala sei fottuto e qui non lo dicono..capito? Non lo dicono.."


(Qui lo spezzone tratto da I lunedì al sole di Fernando León de Aranoa)


Nella cosiddetta fase due che il Governo Monti sta cercando di attuare è prevista una serie di provvedimenti economici, fra cui le liberalizzazioni, che colpiscono vari settori della società. L'università non è stata esclusa da questo processo di adeguamento agli standard economici e sociali europei. È prevista per venerdì, infatti, la discussione al Consiglio dei Ministri di una proposta per un diverso criterio di accreditamento degli atenei italiani. I punti di questa proposta sono tre: la caduta del vincolo di laurea per i concorsi pubblici, l'annullamento del voto di laurea come criterio di valutazione e il diverso accreditamento delle singole università italiane. È proprio su questo punto che ci vogliamo soffermare.


Il suo significato può essere chiarito dalla dichiarazione di Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli (Istituto privato fondato dalla FIAT e dall'Istituto Finanziario Industriale): “non tutti gli atenei sono uguali. Lo sappiamo benissimo. Di conseguenza non tutti i voti conseguiti sono uguali”. Si accentua, così, il processo di classificazione degli atenei di serie A e di serie B, cominciato dalle riforme del mondo dell’istruzione degli ultimi anni, uno degli strumenti di cui il cosiddetto “Processo di Bologna” si è dotato per fare del polo europeo un polo più competitivo sulla scena internazionale. Va vista in quest’ottica la politica di creazione di veri e propri “poli d’eccellenza”, a cui si assegnano i fondi ministeriali più sostanziosi perché considerati maggiormente produttivi. Nel luglio 2009 fu stilata, a cura del Ministero dell’Istruzione allora guidato da Gelmini, una classifica degli atenei virtuosi, che risultavano essere situati perlopiù al nord Italia. Non ci sorprende che la classifica fu usata come criterio per l’assegnazione di fondi pubblici.


Tutto questo in cosa si traduce?


Sicuramente il primo problema riguarda l’accesso all’Università. Gli studenti che provengono dalle classi subalterne, infatti, non solo difficilmente potranno accedere alle università “virtuose”, inaccessibili per le tasse elevatissime e dove i servizi per garantire il diritto allo studio – borse, mense, alloggi studenteschi – sono molto esigui; si attua di fatto una feroce selezione di classe per cui non solo incrementano gli iscritti alle cosiddette “università-parcheggio”, (peggiorando ulteriormente il servizio visto che all’aumentare degli iscritti probabilmente i fondi rimarranno invariati), e potrebbe aumentare anche il numero di giovani che non si iscrivono affatto all'università, ma aumenta anche il divario sociale condannando i laureati degli atenei di serie B a svolgere lavori dequalificati e poco inerenti al proprio percorso di studi. In questo modo, già dalla scelta (forzata) dell’Università a cui iscriversi, è possibile stabilire chi formerà la futura classe dirigente – chi ha un’estrazione sociale più elevata ed una famiglia in grado di mandare i figli alla Bocconi o alla LUISS – e chi invece formerà la massa di lavoratori dequalificati, malpagati e sfruttati da quella stessa classe dirigente che si è formata nelle aule dei poli d’eccellenza e d’élite. È introdotta, però, anche una selezione in uscita dall'università e in entrata nel mercato del lavoro, da cui si è quasi immediatamente esclusi se non si è in possesso di un titolo di studio rilasciato da un’università considerata “meritevole”, seguendo i criteri dell'ANVUR, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca.


Anche questo tassello si inserisce nelle innumerevoli riforme che stanno interessando l’Italia in queste settimane, da quelle del sistema pensionistico agli attacchi al mondo del lavoro, che stanno creando un sistema in cui riesce a sopravvivere non chi è il più bravo, il self-made man (come loro vogliono farci credere parlando di “meritocrazia”), ma chi ha più possibilità economiche e chi è disposto ad abbassare la testa contro i soprusi e lo sfruttamento.


Il nostro futuro non è carta straccia!

pc 6 febbraio - corteo antifascista a la spezia il 10 febbraio

ANTIFASCISMO E ANTICAPITALISMO! DOC. MANIFESTAZIONE 10 FEBBRAIO AUT.SP
Submitted by anonimo on Sun, 05/02/2012 - 09:50 antifascismoANTIFASCISMO E ANTICAPITALISMO! DOC. MANIFESTAZIONE 10 FEBBRAIO AUT.SPitalianotizieAltre città
Viviamo in tempi bui, in cui sempre più frequenti sono gli episodi di violenza nei confronti degli immigrati e degli sfruttati da parte dei gruppi o individui che hanno come credo il fascismo o il razzismo, in cui sempre più frequenti sono gli attacchi da parte dello stato e della polizia a quanti non accettano che la loro vita sia sovra determinata dal supremo bene della nazione, che del resto è in contraddizione con la nostra stessa sopravvivenza.

Viviamo in tempi in cui ad un servo del Fondo monetario internazionale e al soldo delle banche, è stato affidato il compito di mettere in pratica tutte le misure economiche e sociali per consentire al sistema economico attuale di ristrutturasi a scapito della vita di ciascuno di noi; ovviamente con l’approvazione e la complicità di tutti i partiti, partitini e intellettuali di sinistra e non.

In tutto questo, i vari grupposcoli, neo o pseudo fascisti, si fanno zelanti interpreti e fomentatori di questo odio basato sulla paura suscitata dall’insicurezza sociale per costruire il proprio consenso popolare.

Non possiamo dimenticare però come questo clima derivi innanzi tutto della profonda crisi del sistema capitalista, con i suoi effetti dirompenti per la vita di milioni di proletari, crisi che viene sapientemente indirizzata a livello ideologico e politico in senso reazionario dalla destra, ma la deriva della “guerra tra poveri” trova i suoi presupposti nell'agire delle forze politiche e sindacali che si definiscono “progressiste”, “solidali”, “di sinistra”… e che poi attaccano i lavoratori e sbattono gli immigrati in surplus per le aziende nei campi di concentramento, dopo averli istituiti, quelli che dicono che tutti hanno il diritto di emigrare, ma poi firmano i decreti flussi; quelli che di fronte ad una crisi economica che manda sul lastrico milioni di lavoratori propongono di risparmiare soldi da dare alla polizia per “aumentare la sicurezza” o che mandano gli aerei a bombardare i paesi che lottano contro l’invasione democratica

Sarebbe miope infatti pensare che il fascismo sia rispuntato dal nulla, senza che nessuno gli offrisse la possibilità di riesumarsi. Senza che nessuno gli concedesse un piccolo spazio all’interno della società. Il fascismo lo sappiamo è una parte dello Stato ed è anche sua funzione. E se non vogliamo guardare il dito al posto della luna, dobbiamo essere consapevoli che esso è solo una parte del problema o meglio una conseguenza del problema ed è alimentato dalla nostra debolezza e dalle nostre contraddizioni. La vera lotta antifascista non può che essere anticapitalista.

Infatti tanto più continueremo a pensare all’antifascismo come ad una lezione di storia da rispolverare durante qualche ricorrenza, le Foibe, il 25 Aprile, oppure a ricercare improbabili “alleanze” con chi afferma che la democrazia borghese sarebbe una cosa buona e “giusta”, mentre il fascismo sarebbe una cosa cattiva e “non democratica”,tanto più continueremo a dimostrare di non comprendere l'attuale congiuntura politico-economica.

Come antifascisti dobbiamo andare ben oltre la “memoria storica”, pure importante. Dobbiamo colpire il consenso sociale e politico della destra, costruendone uno radicalmente alternativo, anticapitalista, dobbiamo tornare a dare una prospettiva collettiva per tutti gli sfruttati per combattere il riflusso individuale, con l'obbiettivo del superamento dell'attuale sistema, sapendo distinguere con chiarezza gli amici dai nemici.

Vogliamo chiudere citando Riccardo Palma Salamanaca, militante del Fronte Popolare Manuel Rodriguez, un'organizzazione guerrigliera cilena

Il fascismo ha vita breve storicamente parlando, perché è la forma di governo che la borghesia sceglie quando la forma principe del suo dominio, la democrazia, non è in grado di assolvere la propria funzione: garantire l'accumulazione del capitale e il potere sulle classi produttrici. Assolto il compito di cane da guardia, il fascismo viene riposto e la bastarda democrazia torna di moda. I fascisti possono illudersi di rappresentare una trasformazione epocale, ma sono solo merda di transizione, scherani, sbirri organizzati. La democrazia, con il suo carico di etica da giornaletto di gossip, con i suoi meccanismi di costruzione del consenso mediante l'allettamento del piccolo-borghese e la redistribuzione delle briciole, si attaglia meglio al dominio del Capitale.

In questa occasione volgiamo esprimere la nostra solidarietà ai compagni e alla compagni che sono attualmente sotto processo a Cuneo per gli scontri avvenuti durante l'inaugurazione della sede di Casa Pound e agli antifascisti di Verona

e ovviamente la nostra solidarietà va ai 26 arrestati Notav

AUTONOMIA SPEZZINA

CORTEO ANTIFASCISTA MILITANTE:
VENERDI' 10 FEBBRAIO LA SPEZIA
P. BRIN ORE 18.00

domenica 5 febbraio 2012

pc 5 febbraio - 70 mila operai senza posto senza stipendio senza pensione grazie al governo...

Il governo Monti/Napolitano/Berlusconi/Bersani ecc. ecc. che ha la più grande maggioranza parlamentare di tutta la storia del paese dal dopoguerra ad oggi considera gli accordi carta straccia, perché quelli che i sindacati confederali, Cgil-Cisl-Uil, chiamano accordi, che siano stipulati con i padroni o con il governo o con entrambi, sono accordi che vanno a vantaggio solo di una parte, e cioè del governo e dei padroni, e rovinano l’altra, in generale i lavoratori con i falsi contratti di lavoro, in questo caso gli operai...
I sindacati sono bravi a contare i morti sul lavoro e i disoccupati: “Per i sindacati di tratta di una vera emergenza sociale -dice l’articolo- cui si deve trovare soluzione nell’imminente passaggio del testo al Senato (l’iter inizia domani).” Questo è uno dei modi che usano i sindacati per raggirare l’opinione pubblica: creano un problema, poi gridano all’allarme sociale e infine scaricano sulla “politica” la responsabilità delle loro scelte...


riportiamo dalla Repubblica di oggi

Ci sono i dipendenti dell’Alenia, di Irisbus, Termini Imerese, ci sono quelli delle Poste, di Fincantieri e di una miriade di altre aziende. Rischiano tutti di restare scoperti, senza busta paga e senza assegno previdenziale per diversi mesi se non addirittura anni (fino a sei). Sono tutti coinvolti in accordi aziendali o intese individuali che prevedevano l'uscita “morbida” dal lavoro per avviarsi verso la pensione e che ora - con le novità introdotte dalla riforma Fornero sull’età pensionabile - sono rimasti al palo. Il decreto Milleproroghe, appena approvato dalla Camera, prevede che dalla nuova tagliola sulla previdenza siano esclusi solo i dipendenti che hanno “risolto” il rapporto di lavoro entro il 31 dicembre 2011. Chi invece è in cassa integrazione, mobilità o quant'altro non rientra quindi nella categoria protetta. Per i sindacati di tratta di una vera emergenza sociale, cui si deve trovare soluzione nell’imminente passaggio del testo al Senato (l’iter inizia domani).
La Cgil ha cominciato a tracciare un elenco delle tante aziende, oggetto di accordi i cui effetti definitivi sulla risoluzione del rapporto di lavoro si vedranno solo nei prossimi mesi o anni. tutti lavoratori a rischio: si va dai 386 esuberi di Agile/Eutelia ai 747 di Alenia, dai 653 di Fiat Irisbus ai 640 di Termini Imerese. In bilico ci sono 1240 dipendenti di Fincantieri, 230 di Selex Elsag, 495 di Wirpool. Nel settore edile rischiano i 137 lavoratori di Rdb e i 50 di Unical. Per il farmaceutico la questione riguarda 460 lavoratori alla Sanofi, 569 alla Sigma Tau. Ci sono anche i 2000 lavoratori delle Poste e - sempre nei servizi - i 400 della Defendini e i 125 di Telepost. Alitalia/Meridiana ha 5000 dipendenti per i quali sono previsti 4 anni di cig più 3 di mobilità dal 2008. E ancora le tante procedure tuttora aperte, come quella che interessa i 1000 lavoratori di Alcoa.
Un elenco parziale assicura il sindacato. Definire una cifra totale, visto che si dovrebbe tenere conto anche d’intese raggiunte in mini-aziende o posizioni individuali, è forse impossibile: l’unica stima riguarda solo le medio-grandi aziende e già si parla di 70 mila lavoratori coinvolti. Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil denuncia il “drammatico limbo. Si deve trovare subito una soluzione per tutti i lavoratori in mobilità, per gli esodi, gli accordi individuali e collettivi. Lavoratori che per diversi motivi rischiano di rimanere senza lavoro, senza stipendio e senza pensione.”

pc 5 febbraio - Operai Fiat Termini Imerese: tra governo, sindacati e DR a rischio tutto l'accordo per il lavoro

Alla fine del mese Invitalia dovrà dare il parere definitivo sul piano di sviluppo presentato dalla DR Motor per Termini Imerese che doveva ripartire dal 1° gennaio di quest'anno ma che è stato rinviato perché l'azienda ha chiesto e ottenuto un rinvio di alcune settimane.

In questo piano ci sarebbe una novità rispetto all'oggetto della produzione, infatti a quanto pare la DR, fondata da Massimo Di Risio (il quale controlla oltre il 99% delle azioni), intende allargarsi alle attività che riguardano le energie alternative. Fino a questo momento i passaggi certi della DR sono quelli dello spostamento della sede sociale da Macchia d'Isernia a Roma e l'ampliamento appunto dell'oggetto sociale che, come riporta il sole24ore, - a quello originario di produzione e vendita di autoveicoli si aggiungono infatti, nel nuovo statuto, “produzione e vendita di energia ricavata da fonti rinnovabili”; “progettazione, costruzione, manutenzione e gestione di impianti per la produzione di energia”.-

Ma le notizie che ancora lasciano nel dubbio sulla capacità di questa azienda di dare l'avvio alla produzione secondo il piano stanno 1- nell'entità del capitale sociale – 11,5 milioni di euro raccattati in vario modo; 2- nel fatto che - la società non ha ancora depositato il bilancio 2010, che è stato approvato – afferma DR – lo sorso 3 novembre; la pubblicazione, obbligatoria entro 30 giorni dall’assemblea, era definita “questione di giorni”, lo scorso 25 novembre. DR Motor è stata a lungo impegnata in una trattativa con le banche creditrici (in prima fila Unicredit) per un riscadenziamento dei debiti. Come finanzierà la società molisana la propria quota dell’investimento di Termini Imerese?-.

Ma più di tutto a rendere le cose ancora più gravi c'è la “novità” che fino ad oggi non è stato risolto il problema di quegli operai che secondo il patto previsto dovevano essere accompagnati alla pensione secondo le leggi precedenti la manovra del governo, infatti, come riporta un articolo di Repubblica di oggi, i 640 operai di Termini Imerese rientrerebbero tra quelli che - Rischiano tutti di restare scoperti, senza busta paga e senza assegno previdenziale per diversi mesi se non addirittura anni (fino a sei). … coinvolti in accordi aziendali o intese individuali che prevedevano l'uscita “morbida” dal lavoro per avviarsi verso la pensione...-
- Il decreto Milleproroghe, appena approvato dalla Camera, prevede che dalla nuova tagliola sulla previdenza siano esclusi solo i dipendenti che hanno “risolto” il rapporto di lavoro entro il 31 dicembre 2011. Chi invece è in cassa integrazione, mobilità o quant'altro non rientra quindi nella categoria protetta...-

Agli operai della Fiat di Termini Imerese tutti, quindi, beffati dagli accordi tra governo, sindacati e padroni, tocca riprendere la lotta, che questa volta non faccia sconti a nessuno.

pc 5 febbraio - Nepal critiche alla sinistra nepalese per la sua inconcludenza nel cammino della ripresa della rivoluzione

Una nuova fase della guerra popolare è iniziata

Inviato da admin il 5 Febbraio 2012

Cari amici del blog e sostenitori! Ora siamo tornati. Ma ancora il nostro sito non funziona correttamente. Siamo di fronte ad alcuni 'problemi tecnici'.
Lo scenario politico del paese non è soddisfacente. I reazionari stanno guidando il governo. In nome della pace e della costituzione l’Esercito Popolare di Liberazione viene disarmato. I soldati vengono discriminati e umiliati. Lo scenario politico del PCNU(maoista) non è apprezzabile. Prachanda-Baburam, hanno chiara la loro missione, ed è stata una sorpresa vedere la fazione Baidhya 'in marcia alla testa' senza meta. Ora anche questa fazione è diventata parte della missione Prachanda-Baburam. La politica ambigua della fazione Baidhya ha creato un sacco di confusione.

In realtà, si stanno muovendo con l’obbiettivo della 'Pace e Costituzione'.
Quanta ironia! Un vasto numero di quadri rivoluzionari non sono a favore di questa 'Unità', senza risolvere i problemi ideologici. The Next Front non fermerà il suo cammino verso la rivoluzione. E’ nostra volontà lanciare una nuova campagna per la creazione dell’opinione popolare a sostegno di ciò che è stato lasciato incompiuto per la rivoluzione.
Viva il MLM. Viva la Rivoluzione di Nuova Democrazia. Una nuova fase della guerra popolare è cominciata.
Come ha detto il compagno Mao: Nulla è difficile in questo mondo, per chi il coraggio di scalare le vette. Sì, nulla è difficile. Questa volta stiamo scrivendo: Su di noi

Chi siamo

Il marxismo consiste di migliaia di verità, ma tutte si riducono ad una sola frase, "E’ giusto ribellarsi!". Per migliaia di anni è stato detto che era giusto opprimere, era giusto sfruttare ed era sbagliato ribellarsi. Questo verdetto vecchio è stato invertito soltanto con la comparsa del marxismo. E da questa verità ne segue la resistenza, la lotta, il combattimento per il socialismo. Mao Zedong

Il fronte Intellettuale-culturale è uno dei fronti più importanti fra tutti i diversi fronti di lotta. Lo abbiamo chiamato The Next Front. In effetti, il prossimo fronte è un fronte di attivisti rivoluzionari intellettuali-culturali.
Siamo i sostenitori del marxismo-leninismo-maoismo. Siamo i sostenitori della Grande Guerra Popolare. Siamo attivisti intellettuali e culturali impegnati nell’internazionalismo della classe del proletariato. Questo fronte è legato a quegli attivisti intellettuali e culturali, che si sono dedicati e hanno sostenuto i Grandi Dieci anni della guerra popolare nepalese, e ancora di più a coloro che hanno partecipato alla guerra, sia ideologicamente che fisicamente.
In questo senso, questo fronte è impegnato a - risultati della Grande Guerra Popolare, il sacrificio e la devozione mostrati nella guerra, protezione dei suoi ideali e valori e lo sviluppo della continuazione rivoluzionaria della guerra. The Next Front ha l’obbiettivo di universalizzare il passato e il presente del movimento intellettuale e culturale rivoluzionario del Nepal.
Siamo sempre ispirati dal successo che la Grande Guerra Popolare ha realizzato e il contributo storico ed epocale degli attivisti intellettuali e culturali, in un momento in cui l'imperialismo strombazzava su quella che si supponeva essere la fine del comunismo. Questo fronte è uno sforzo ulteriore fatto per dare continuità a tutte quelle conquiste. Infatti, The Next Front è organizzato sotto la leadership di Rishiraj Baral con una nuova campagna per la creazione dell’opinione popolare a sostegno di ciò che è stato lasciato incompiuto per la rivoluzione.

pc 5 febbraio - corteo contro la discarica a quarto napoli



4 febbraio Oggi pomeriggio a Quarto migliaia di studenti, lavoratori, migranti, disoccupati e precari sono scesi nuovamente per le strade contro l’ennesimo attacco diretto a colpire duramente i nostri territori già martorizzati da decenni di scellerate politiche di gestione dei rifiuti. Nell’impostazione del governo vanno costruiti altri quattro termovalorizzatori, oltre quello di Acerra e cioè uno a Caserta, uno a Salerno, uno a Napoli est, il quarto, da impiantare a Giugliano servirebbe a bruciare le ecoballe. Ma è sulle discariche in provincia di Napoli che sorgono le maggiori contraddizioni: a pagina 10 della missiva, si dice testualmente: “Il commissario straordinario ha eseguito uno screening su tutte le cave della provincia di Napoli.. e le risultanze del monitoraggio hanno consentito di selezionare almeno sei siti per aree omogenee della provincia, portando all’approvazione dei progetti preliminari di riqualificazione delle cave”. Si aggiunge, poco più avanti, che i siti avranno una capacità di stoccaggio di rifiuti di “un milione di tonnellate”!
Sarebbero, in pratica, stati trovati sei luoghi idonei a scaricare, in una provincia in cui negli ultimi anni non si è riusciti a trovare neanche un buco! Dopo Pianura, Villaricca, Giugliano e Terzigno, le istituzioni provinciali e regionali, hanno deciso che ora tocca al Castagnaro: non glielo permetteremo!

NO ALLA DISCARICA NE’ AL CASTAGNARO NE’ ALTROVE!

pc 5 febbraio - egitto 11 febbraio sciopero generale

Egitto: il Venerdì dei Martiri lancia lo sciopero generale

E' il Venerdì dei Martiri in Egitto e al Cairo tra lacrimogeni, proiettili, barricate, pietre e molotov lo scontro va avanti. Un poliziotto ucciso e 5 manifestanti caduti a terra tra il Cairo e Suez è il bilancio provvisorio. Secondo il Ministero della Sanità i manifestanti feriti nella sola capitale nei 3 giorni di battaglia sarebbero più di 1400 ma vanno aggiunte le centinaia che hanno utilizzato le sole cure offerte dagli ospedali da campo allestiti dal movimento. Lo scenario che si ripete in queste ore sembra immutato: con la polizia che difende con tutti i mezzi a disposizione i pochi metri che separano il movimento rivoluzionario dal Ministero degli Interni e i manifestanti che sulle barricate non cedono di un millimetro godendo di continui rinforzi che arrivano dalla vicina Piazza Tahrir. Eppure diversi testimoni intervistati in questi minuti parlano di un livello dello scontro altissimo raramente raggiunto durante le manifestazioni dell'ultimo anno.

Ad alzare ancora di più i toni politici della giornata arriva la notizia che tutti attendevano: 11 febbraio sarà sciopero generale. Come il 25 gennaio anche il primo anniversario della caduta di Mubarak non sarà una festa o una ricorrenza istituzionale ma una decisiva giornata di lotta rivoluzionaria. A rendere chiaro il carattere apertamente conflittuale dello sciopero generale convocato dai sindacati arrivano anche ben 6 università egiziane che hanno proclamato per lo stesso giorno una giornata di disobbedienza civile a cui stanno aderendo molti altri atenei del paese.

In questi tre giorni di dura battaglia sembra che la tendenza sia quella della convergenza e della ancora più salda composizione politica dei soggetti sociali proletari protagonisti delle insurrezioni dello scorso anno. Operai, studenti e proletariato giovanile che dalle fabbriche, dalle università, dalle curve e dai quartieri stanno riuscendo a fare di una provocazione omicida come quella di Port Said da parte dello Scaf l'occasione per approfondire lo scontro e dare continuità alle lotte di liberazione dal regime che persiste.

E su questo terreno è probabile che ormai si stia giocando una partita decisiva. Va ricordato che lo Scaf (giunta militare) e quindi l'esercito, in Egitto è un soggetto politico, è una formazione politica storica e determinata che da mezzo secolo domina sul grande paese africano. La possibilità del suo isolamento e la capacità di stanarlo della piazza rivoluzionaria facendolo ergere contro di sé nella maniera più violenta e solitaria possibile potrebbe essere la ragione che spiega la tenacia dei manifestanti in queste ore sulle barricate. Come ha dichiarato un giovanissimo manifestante con la felpa ultras su Via Mohamed Mahmoud: “è lo Scaf il responsabile di Port Said, sono loro i contro-rivoluzionari e l'Egitto lo deve sapere!”. Da questa prospettiva nella piazza egiziana in queste ore si sta tentando di costruire una verità, la verità della rivoluzione che vuole andare avanti contro la transizione democratica che fino ad oggi è stata la traduzione esplicita della continuità del regime e della reazione.

Dalla sua parte anche lo Scaf sembra intenzionato a giocare tutte le carte e forse quella più pericolosa per il movimento inizia a farsi sentire nella scena pubblica egiziana quando alcuni esponenti delle istituzioni fanno riferimento al pericolo di una guerra civile o addirittura ad un non meglio precisato intervento straniero nella vita politica del paese. Tutti discorsi che nell'immediato servono al premier Ganzoury per legittimare le misure di sicurezza e non mollare lo stato di emergenza ma che in futuro potrebbe essere le basi per lanciare un attacco a 360gradi contro la piazza. I Fratelli Musulmani stanno tentando di mediare tra le autorità e la piazza facendo appello per una tregua degli scontri, ma entrambe le parti non sembrano disposte a legittimare la mediazione del movimento islamista moderato.

A questo livello dello scontro sociale e politico la data dello sciopero generale per l'11 febbraio acquista un forte valore per il processo rivoluzionario. Ma con quale forza politica, con quale agenda di lotta e con quali altri soggetti sociali si arriverà a quella data?

Mancano solo 7 giorni per rispondere a queste domande e la furia ultras scatenatasi per vendicare il sacrificio dei ragazzi di Port Said, nuovi martiri della rivoluzione egiziana, ormai è divenuta la collera di una piazza intera... Solo un anno fa Mubarak era caduto sotto i suoi colpi ed oggi un nemico ugualmente temibile potrebbe iniziare ad avere i primi brividi quando in decine di migliaia gridano come un tuono “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo!”.

pc 5 febbraio - riuscita manifestazione antifascista a firenze

diverse centinaia di manifestantihanno sfilato nel corteo che da piazza Dalmazia ha percorso via Corridoni, via del Romito via Richa, via Guasti, via Gianni, via Tavanti fino a tutta via Vittorio Emanuele II, tornando infine alla piazza di partenza. All’altezza di via del Romito alcuni hanno provocatoriamente acceso dei petardi e lanciato alcune uova verso le forze dell’ordine impegnate a garantire il regolare svolgimento di entrambi i cortei e che non si incontrassero le opposte fazioni. Ma non si sono registrati danni

la nazione


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sabato 4 febbraio 2012

pc 5 febbraio - Accordo Nato: Sigonella sarà «capitale mondiale dei droni»


SABATO 04 FEBBRAIO 2012


Per future «guerre preventive» in Medio Oriente, Africa, Est Europa, gli Usa e la Nato varano uno dei più costosi programmi nella storia dell'alleanza. Solo 13 paesi contribuiranno, Francia e Gran Bretagna restano ai margini, Spagna e Polonia si tirano fuori. L'Italia al centro del progetto. Altro che rinunciare agli F35...
«È un buon accordo, un grande accordo, un accordo ben fatto». Non nasconde la sua soddisfazione il segretario della difesa Leon Panetta: la Nato si doterà entro il 2017 di un nuovo sistema di sorveglianza terrestre, l'AGS (Alliance Ground Surveillance) e il suo centro di comando e di controllo verrà installato nella base siciliana di Sigonella. La lunga ed estenuante trattativa tra i partner ha visto però ridurre progressivamente a 13 il numero di paesi che contribuiranno a quello che si preannuncia come uno dei più costosi programmi della storia dell'Alleanza atlantica. Oltre a Stati uniti e Italia, Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Romania, Slovacchia e Slovenia. Un contributo operativo specifico verrà comunque da Francia e Gran Bretagna che metteranno a disposizione i propri sistemi French Heron Tp (coprodotti con Israele) e Uk Sentinel. Restano fuori Spagna e Polonia, candidatesi inizialmente con l'Italia per ospitare l'AGS con i cinque velivoli senza pilota del tipo "Global Hawk" che la Nato acquisterà dalla statunitense Northrop Grumman.
«L'accordo è un passo fondamentale verso un sistema di sorveglianza dell'Alleanza in grado di dare ai comandanti una fotografia precisa di qual è la situazione sul terreno», ha dichiarato il segretario generale Nato, Anders Fogh Rasmussen. «E la recente operazione in Libia ha dimostrato quanto importante sia questa capacità». Durante i mesi del conflitto libico, proprio a Sigonella l'US Air Force aveva schierato due "Global Hawk" e un imprecisato numero di droni MQ-1 Predator, utilizzati in particolare per individuare gli obiettivi e dirigere i bombardamenti dei caccia della coalizione a guida Nato. Nei programmi del Pentagono, la base siciliana è destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota: entro il 2015 dovrà ospitare un reparto di Us Air Force con 4-5 "Global Hawk", più altri 4 droni in via di acquisizione della Marina Usa.
Un accordo di massima per la trasformazione di Sigonella in «principale base operativa» del sistema AGS era stato raggiunto a Cracovia il 19 e 20 febbraio 2009, durante il vertice dei ministri della difesa della NATO. «Abbiamo scelto questa struttura dopo un'attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d'intelligence italiane, della Nato e internazionali», dichiarò a margine dell'incontro l'allora capo di stato maggiore della difesa, generale Vincenzo Camporini. Ancora più esplicito il vicesegretario generale per gli investimenti alla difesa dell'Alleanza, Peter C. W. Flory: «L'AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze Nato per tutta le loro possibili future operazioni». Un sistema destinato non solo alle attività d'intelligence o alla raccolta ed elaborazione dati, ma che consentirà la realizzazione dei futuri piani di «guerra preventiva» e di first strike in Africa, est Europa e Medio oriente.
Antonio Mazzeo
tratto da Il Manifesto del 4 febbraio 2012